In vista del corteo #STOPCasteller

Un nostro contributo in vista del corteo di domenica 18 ottobre per gli orsi del Casteller.

Resistenza Animale sarà a Trento il 18 ottobre perché, come ha dimostrato M49, gli individui si ribellano alla prigionia, anche se non fanno parte della nostra specie, e a noi è subito sembrato chiaro da che parte stare. Portare una solidarietà concreta agli orsi rinchiusi al Casteller significa per noi portarla a tutti quei soggetti che sfidano le gabbie, violano i confini, mettono in pratica la libertà di movimento e di autodeterminazione di cui ogni individuo, umano e non, dovrebbe godere. Individui che dimostrano di essere dei veri e propri soggetti politici. Significa anche ricordare i corpi fatti riprodurre, ingrassati e destinati alla morte negli allevamenti e negli altri luoghi dello sfruttamento animale, un pilastro per l’economia e per l’immaginario neoliberista. Significa ricordare quelli che abbiamo incontrato perché da quegli allevamenti, dai mattatoi erano fuggiti.

Come Scilla, il vitello evaso da una nave che lo trasportava, come se fosse già una merce, verso un “mercato estero” e finito nelle acque del porto di Messina, la cui destinazione finale, grazie alla pressione di tante e tante persone solidali, è stata un rifugio, Agripunk, in cui ora vive senza essere sfruttato. Come le vacche ribelli di Mele e Masone, in Liguria, che hanno vissuto senza alcun padrone nei boschi, e che hanno costituito una comunità, che hanno visto il passare di una generazione senza rinunciare ad autodeterminarsi, fino ad essere eliminate dal territorio. Come i tori di Pantelleria, che vivevano in libertà ma in seguito a un incendio avevano iniziato ad avvicinarsi alle case: animali selezionati, resi docili e dipendente dall’umano che avevano ritrovato la capacità di vivere fuori controllo. In questo caso, l’interessamento di attiviste antispeciste ha permesso di rispettare la loro libertà nonostante le istituzioni li considerassero corpi scomodi, disturbanti, pericolosi e, dunque, da rinchiudere per tutelare la sicurezza pubblica. Corpi che più degli orsi sfidano la distinzione fra domestico e selvatico, e che abitando questo confine spaventano. E che poiché spaventano sono sotto attacco.

Come le vitelle di Palaia, che vivevano in natura in Sicilia e sono state deportate in un allevamento da carne in Toscana, da cui sono fuggite. Ora vivono libere, ma sono ricercate dalle autorità perché la loro presenza disturba le attività umane e per le quali l’unica soluzione possibile sembra essere quella di trovare un rifugio che le accolga: un compromesso che dice tutto su chi si sente padrone del territorio. Quello che è sotto attacco, infatti, insieme a degli individui, è la libertà di abitare un territorio considerato di esclusiva proprietà umana (che a ben vedere poi significa spesso di proprietà di quegli umani che hanno il potere di recintarlo, di costruirci, spesso di devastarlo).

Fu il caso di Camilla, che 6 anni fa fuggì da un piccolo allevamento di Vinci, in Toscana, ed evitò l’abbattimento decretato dal sindaco resistendo in latitanza per settimane. La solidarietà che si diffuse permise di salvarle la vita e di destinarla a un rifugio, una vittoria parziale, se si pensa che Camilla avrebbe potuto vivere libera nei boschi. Una vittoria ottenuta a seguito di una sorta di “grazia”, come spesso accade quando un animale ribelle conquista la simpatia dell’opinione pubblica. Sono gli stessi soggetti deputati alla repressione dei corpi non conformi, in alcuni di questi casi, a decretare la “grazia”, un provvedimento di carattere eccezionale che non fa che confermare la normalità del dominio su tutti gli altri, sui miliardi reclusi negli allevamenti, nei mattatoi, nelle gabbie. Proprio come avviene per i soggetti umani la cui unica colpa è quella di non avere i documenti in regola, e che in casi eccezionali si guadagnano, per così dire, dei diritti che dovrebbero essere basilari, tramite atti di eroismo o comunque straordinari all’opinione pubblica.

Come Adam El Hamami e Ramy Shehata, due ragazzini nati in italia da genitori stranieri e, dunque, senza diritto alla cittadinanza, secondo le nostre vergognose leggi. Adam e Ramy, però, sono diventati famosi, due anni fa, perché hanno sventato un attentato a uno scuolabus, vicino a Milano, mentre ostaggi del sequestratore sono riusciti a chiamare la polizia. E questo è valso loro la cittadinanza, con provvedimento nientemeno che dall’allora ministro dell’interno Matteo Salvini: un atto, appunto, che conferma il trattamento considerato normale per i migranti. Se certamente non possiamo che essere contente per delle singole persone le cui vicende vedono un lieto fine, per noi solidarizzare con la resistenza significa contestare sempre e comunque quei dispositivi che distinguono fra corpi che sono al proprio posto e “corpi fuori luogo”, fra inclusi ed esclusi, fra chi è sacrificabile, chi è macellabile, chi è uccidibile e chi non lo è.

Dalla parte di chi si ribella, smontiamo la gabbia.

 

 

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