Il 16 febbraio 2026 30 mucche fuggono da un allevamento nel bresciano.
Un articolo di Matilde Anderloni per Quibrescia racconta l’episodio intervistando l’attivista e saggista Marco Reggio sul significato delle azioni di ribellione degli animali non umani. 
Cosa possono insegnare le mucche in fuga da un allevamento di Verolanuova
Queste azioni di libertà lanciano un messaggio da non sottovalutare, spiega Marco Reggio, attivista e ricercatore indipendente. Dalle evasioni possono nascere dei cambiamenti importanti, che spesso partono dalla presa di consapevolezza di chi vi assiste.
Verolanuova. Il 16 febbraio 2026, una trentina di mucche sono fuggite da un allevamento nei pressi del Bettolino. Non si sa in che modo, la mandria ha potuto trovare una via d’uscita da un luogo dal quale non era previsto che se ne andasse sulle proprie gambe. Dopo aver vagato per diverse ore, durante le quali uno dei tori ha perso la vita travolto da un treno, gli animali sono stati riportati all’allevamento, con ogni probabilità uno di quelli che vengono definiti “intensivi”. In Italia, infatti, il 97% delle bovine da latte si trovano in allevamenti intensivi, mentre per i bovini da carne la percentuale è del 70%.
La loro fuga può sembrare una breve – e magari bizzarra – variazione dal normale corso degli eventi, ma forse bisogna chiedersi che cosa abbia spinto questi animali a scappare.
Sono molti i casi in cui i bovini evasi dagli allevamenti sono stati poi portati nei cosiddetti santuari, luoghi protetti dove hanno potuto vivere il resto della loro vita in libertà. Questo è stato possibile perché alcune persone si sono attivate per far sì che non fossero riportati indietro, talvolta anche scontrandosi con le autorità che ne avevano ordinato l’abbattimento.
«La fuga, un messaggio lanciato agli esseri umani»
Marco Reggio, attivista per la liberazione animale e ricercatore indipendente, spiega che «la fuga di un animale può attivare dei cambiamenti e sensibilizzare le persone. Magari non avviene coscientemente, ma non vuol dire che non accada. Per esempio, in molte occasioni sono state le fughe di animali dagli zoo o dai circhi in cui erano rinchiusi a innestare dei processi importanti e dei cambiamenti: gli animali fuggiti hanno portato molte persone a indignarsi per il modo in cui venivano trattati in questi luoghi. E l’indignazione ha prodotto dei cambiamenti nelle regolamentazioni, ma anche e soprattutto nel modo in cui vediamo questi luoghi».
Perciò lo studioso ci sfida a vedere gli animali protagonisti di questi gesti estremi come i veri attori del cambiamento che si è poi innescato. «D’altronde», aggiunge Reggio, «è chiaro che una mucca non potrà mai spiegarcelo a parole che in quel posto non ci vuole stare, che vuole essere libera. Non scriverà mai un manifesto, ma sarà il suo linguaggio del corpo, il suo agire, a comunicarci cosa sta facendo e perché: l’animale non ha strumenti oltre al proprio corpo per protestare e manifestare il proprio disagio». Sta a noi tentare di interpretare le loro azioni ed essere solidali con la loro fuga. Per esempio provando a vedere la vicenda delle mucche di Verolanuova come una fuga verso la libertà.
Una vita organizzata in cicli finalizzati alla produzione
Purtroppo per loro, dopo la cattura, la vita di questi animali è tornata a essere quella per cui erano stati fatti nascere. Non è stato reso noto se quelle fuggite a Verolanuova fossero mucche da latte o da macello: nel primo caso, è probabile che la loro vita abbia continuato a seguire il ciclo di inseminazioni forzate, gravidanze, separazioni dai vitelli appena nati e mungiture. Ciclo che dura di solito circa cinque anni, fino a quando i loro corpi non reggono più questo ritmo e vengono portate al macello per diventare carne di seconda scelta.
Nel caso in cui fossero mucche da carne, la loro vita è stata più breve: molto probabilmente hanno trascorso la maggior parte del loro tempo – se non tutto – in uno spazio chiuso, a volte legate, per poi essere portate verso la morte.
Sono oltre 460mila i bovini negli allevamenti bresciani
Questo destino, solo nella provincia di Brescia, riguarda le oltre 460mila mucche presenti negli allevamenti. Si tratta del numero più alto in Lombardia, che a sua volta è la regione con il maggior numero di allevamenti in Italia (oltre 10mila nel 2025, per un totale di oltre 1 milione e 500mila animali). Il Bresciano conta oltre il 30% delle vacche da latte e il 47% dei vitellini sotto i sei mesi allevati nella regione.
La nostra provincia detiene anche il record per numero complessivo di animali di specie diverse che si trovano negli allevamenti: circa 12 milioni di esemplari a fronte di una popolazione umana di 1 milione e 200mila abitanti.
«È importante ricordare», conclude Marco Reggio, «che anche se solo alcuni animali hanno la fortuna – o il coraggio, la determinazione – di salvarsi, nel posto da cui sono fuggiti come in tutti i luoghi in cui si consuma lo sfruttamento animale ce ne sono altri che cercano allo stesso modo la libertà e che, se potessero, scapperebbero alla prima occasione».