Monthly Archiveagosto 2015



1 - storie di rivolta &4 - zoo &approfondimenti 25 Ago 2015 09:43 pm

Un cambio di prospettiva può fare la differenza

Hawkstowe Park, Australia, agosto 2015

Il ciclista dice di essersi sentito terrorizzato, senza essere stato molestato in alcun modo, durante un giro nel parco di Hawkstowe Park in Australia, dove si è trovato”circondato” (i canguri lì ci vivono!) da un gran numero di canguri che lo fissavano immobili.

A sentir lui, è stato come trovarsi in un film dell’orrore,  circondato da  zombie dell’Apocalisse.

Nel suo video, infatti,  è stata aggiunta una musica da film horror.

Forse il suo vido  è stato girato al contrario, visto che in Australia sono questi animali ad essere sterminati ogni anno a migliaia  con  motivazioni insostenibili .

Il vero film horror sono quei corridoi della morte che vengono costruiti appositamente per farci entrare gli animali che, così, possono essere uccisi facilmente senza pietà.

Nell’articolo il video del ciclista e quello di come sono andate veramente le cose.

QUI l’articolo con i due video

( Fonte: www.camberratimes.it)

1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &8 - ribellioni 25 Ago 2015 08:14 pm

Allevatore tenta di portar via il vitello. Amica della madre lo attacca.

Agosto 2015

Questa è una storia di solidarietà femminile. E’ l’amica della madre che è intervenuta immediatamente   attaccando l’allevatore che voleva impadronirsi del  vitello appena nato. Sicuramente si è ricordata di tutte le volte che lo avevano strappato anche a lei.

Qui la notizia

(Fonte: www.peta.org)


				
				
				

1 - storie di rivolta &approfondimenti 24 Ago 2015 03:23 pm

La gioia di essere attivist*

Se c’è un modo sicuro per sconfiggere ogni forma di attivismo che si muove per un cambiamento radicale, questo, da sempre, è la negazione della felicità, dell’entusiasmo, del piacere.

Mostrare la Liberazione Animale come una stanca e triste tiritera lanciata da vecchi moralisti noiosi che cercano di convincere il prossimo dall’alto di quelle loro cattedre quasi religiose, è già una stoccata che ci stende.

Che importa se abbiamo ragione?
A chi importa, visto che tanto si deve morire tutt*?

Mostrare quest* attivist* come persone vecchie e lontane che lavorano duramente anche dopo il lavoro, che scappano di fronte al divertimento, che schiacciano ogni forma di caldo immediatismo festoso in nome della loro missione, è il modo migliore per ucciderl* ancor prima che riescano a parlare, figurarsi ad agire!

E se l’attivista si rassegna ad incarnare questa macchietta, se accetta il ruolo pesante di questa vile impostura, si mette da sol* nell’angolo a parlare da sol*, si gonfia e si sgonfia perfettamente funzionale alle esigenze del mercato del dominio universale. Rinuncia in partenza al suo essere animale tra gli animali.

E invece l”attivismo è il frutto del potere desiderante di altri mondi da scoprire, esplorare e condividere, è il graffio che squarcia, il muso che annusa, l’ala che vola, è una forma espressa ed agita della felicità che permette il mutamento partendo dal basso, da molto in basso.

E invece l’attivismo è la calda potenza che ti fa alzare dal letto per cambiare il panorama, è il mistero di calde fusa che aggiungono un paio di dimensioni al vecchio scenario… quello che si ostinano a spacciarti come l’unico possibile: ereditato dal padre, antropocentrico, unigenito figlio della produzione e del consumo.

E invece l’attivismo è l’energia che dura cent’anni solcando gli oceani, l’energia creativa che abbaia e rende viva la vita.

Ben lungi dall’essere il solito noioso altruismo calato dall’alto di una decrepita superiorità buonista, ci coinvolge, ci sconvolge, ci seduce ululando orizzontale verso l’orizzonte infinito. Ben lungi dal farlo solo per loro, solo per gli altri, solo per un senso del dovere condito da responsabile e triste disciplina, lo facciamo assecondando un caotico appagamento spontaneo, un visionario istinto bestiale, una cosmica realizzazione corale di infiniti gorgheggi che ti tira per la giacca e per il cuore in un sol corpo, che si esprime imprimendosi e impressionandoci con sensuali atti insensati di bellezza, con cariche di emozioni forti e contagiose che ti risvegliano dal letargo, in una saltellante danza della sorellanza che appaga e soddisfa aprendo gli orizzonti non immaginati. Non è guerra, gli animali non fanno la guerra, è astronautica esplorazione autonoma dell’Altrove, è seguire odori attraenti lasciando tracce di sé, è dinamica effervescenza delle esperienze che fioriscono tra gli squarci delle zone temporaneamente liberate.

La gioia di esserci contro la rassegnazione del delegare, è attivismo.
Il punto fermo di chi non ci sta contro la logica della conservazione e della protezione di un presente di tradizioni sempre al passato, è attivismo.
L’energia creatrice delle idee, l’incessante potenza della loro realizzazione pratica, è il modo con cui l’attivismo ferma il tempo del lavoro e dell’oppressione, della gerarchia e della sottomissione.

E che altro può essere la felicità se non questo sentirsi vivi e nel pieno della lotta contro chi nega ogni forma di resistenza e di esistenza? E che altro può essere se non lo smascherare il divertimento un tot al chilo che oscura da sempre la felicità? Una felicità che desidera, una felicità che afferma, una felicità che scava, scalcia, scavalca, rompe, morde, evade, una felicità giocata ogni giorno nell’insicurezza, nell’incertezza, nell’impossibile invisibile continuo insorgere a quel morente buon senso che toglie il respiro.

C’è poco da ridere, dice qualcun*.
C’è poco da esser felici, aggiungono ad ogni passo, ad ogni orma di zampa che scappa.
Ma quando lo dici anche tu, sei già arruolat* dall’altra parte.

Troglodita Tribe

1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &7 - evasioni 24 Ago 2015 11:08 am

Una testimonianza dal 1888

spadaccini

 

Fonte: blog “Noi Vastesi”

Bue annegato in mare

Sfogliando i giornali d’epoca conservati presso la Biblioteca Civica “R. Mattioli”, spesso capita di leggere titoli curiosi che richiamano l’attenzione. “Bue annegato”, è un esempio di titolo quantomeno insolito di una breve nota apparsa nell’estate del 1888 sul settimanale Istonio, diretto da Emilio Monacelli.
La vicenda racconta di un bue destinato al macello, spaventato da lampi e tuoni, che a forza riesce a fuggire lanciandosi in una disperata e interminabile corsa contro la paura. Ma leggiamo direttamente la cronaca del tempo: “La notte tra il 27 e 28 Agosto, mentre veniva giù un acquazzone, e mentre lampi e tuoni si seguivano a brevissimi intervalli, un bue, che veniva condotto allo scannatoio, dando uno strappo alla fune a cui era legato, si dava a fuga precipitosa attraversando la Piazza Castello, la Corsea, il Largo del Carmine ed il Corso Plebiscito. Immettendosi poscia nella strada di circonvallazione, andava alla chiesetta rurale di S. Lucia e da questa, saltando per dirupi e per valloni, giungeva al lido di mare, entrava nell’acqua, ed inoltrandosi a nuoto, affogava a qualche chilometro dal lido”.
Il giorno seguente, la carcassa senza vita del bue, venne rigettato dal mare e ritrovato sulla spiaggia verso il fiume Trigno.
Che fine avrà fatto il povero animale? Riconsegnato al legittimo proprietario, l’allevatore Luigi Mattioli, meglio che niente, “ne ha utilizzato la sola pelle”.
Lino Spadaccini

 

 

 

1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &7 - evasioni &8 - ribellioni 22 Ago 2015 02:18 pm

Toro scatenato

Perugia,  agosto 2015

Un altro rifiuto a salire sul carro bestiame.

 

QUI l’articolo

( Fonte: www.giornaledellumbria.it)

1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &8 - ribellioni &approfondimenti 15 Ago 2015 09:52 pm

Una potente impotenza

Porcia ( PN), 14 agosto 2015

Durante tutto il tempo gli asini hanno fatto capire, con tutte le loro forze, che non volevano partecipare al violento gioco cui erano costretti. Le immagini parlano chiaro. Invisibili, sono rimasti inascoltati.

Asini che resistono, che cercano di divincolarsi, che mostrano fastidio, spavento, incredulità di fronte alla stupida e squallida arroganza di chi vuole cavalcarli e usarli come burattini di una festa senza senso. Questo mostra il brevissimo video sulla corsa degli asini a Porcia.

Una sagra che insegue la povera tradizione di turno, che inneggia, proprio mentre violenta e reprime, alla religione, alla pace, alla preghiera. Ma non vogliamo soffermarci sulla solita pochezza che regge la stortura di queste manifestazioni, che sono il sale di tanta cultura che in troppi insistono a voler difendere inneggiando alle radici storiche, antropologiche, sociali di un mondo in disfacimento, che ha ormai distrutto quasi ogni speranza per i suoi stessi discendenti.

Quello che più ci preme notare, invece, quello che ha colpito ancora una volta nel segno fino a tenerci incollati per tutta l’infinita e straziante durata del pur brevissimo video girato dal gruppo Animalisti FVG, sono stati i movimenti degli asini.

Il loro girare su se stessi, il loro impuntarsi, il loro divincolarsi, il loro agitare il muso, la loro espressione di spavento tutte le volte che uno di questi pesanti oppressori saltava con movenze rozze e grossolane su di loro. Tutto il loro parlarci con il corpo era talmente manifesto, talmente urlato, che nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe mai potuto fraintendere.

Una gara che non ha funzionato da alcun punto di vista, una gara boicottata da questi animali che non davano affatto l’impressione della rassegnazione né, tanto meno, della complicità con il “buon padrone”. Non ci stavano, non volevano, e con tutti i mezzi che avevano a disposizione hanno cercato di ribellarsi e di resistere e di impedire quell’insignificante ingiustizia, quella squallida e dolorosa umiliazione.

Certo, non ci sono riusciti, e una ridicola pantomima dove alcuni neanche partivano mentre altri andavano nella direzione opposta, c’è comunque stata.

Una resistenza inutile?

Di certo una potente impotenza, proprio come quella che abbiamo provato nell’assistere a quest’ennesima “prova tecnica di dominio”.

“Che cosa potrei fare?” continui a chiederti.

Irrompere e impedire la gara? Liberare gli asini? Assecondare e favorire i loro tentativi? Denunciare, gridare, scrivere, mostrare l’abiezione e lo squallore di un’ingiustizia che ti coinvolge, che ti riguarda direttamente?
Tutte azioni potenti e resistenti, ma destinate a scontrarsi con la realtà di una macchina che ha sempre ragione, che gira senza fermarsi da millenni stritolando ogni corpo.
Proprio come quegli asini continuiamo a resistere e a ribellarci con i mezzi che abbiamo.
Che altro potremmo fare?

Troglodita Tribe

(Fonte: www.facebook.com/AnimalistiFvg)

approfondimenti 12 Ago 2015 06:31 pm

“Una crepa nell’edificio zootecnico” – intervista a Benedetta Piazzesi

libro piazzesi

Benedetta Piazzesi è laureata in filosofia e dottoranda in Philosophy, Science, Cognition and Semiotics presso l’Università di Bologna. Promuove una prospettiva liberazionista per l’antispecismo e il movimento animalista, che includa umani e non umani in un medesimo progetto di liberazione antiautoritaria, ed è redattrice della rivista di critica antispecista Liberazioni. L’abbiamo intervistata a proposito del suo recente libro, Così perfetti e utili. Genealogia dello sfruttamento animale (Mimesis 2015).

Il tuo libro parte dichiaratamente da una prospettiva foucaultiana. Si tratta di un approccio sostanzialmente inedito, almeno in Italia, nell’ambito degli Animal Studies. In particolare, sembra che una prospettiva storica sia proprio il grande assente nell’analisi antispecista. Si tratta di questo che manca? Che cosa dovremmo recuperare di Foucault, a tuo avviso, per decostruire l’antropocentrismo e combattere lo sfruttamento animale?

Credo che quello che manca ad un’analisi che sia politica e non meramente accademica non è tanto la ricostruzione storica in sé delle istituzioni di utilizzo animale. Credo che ciò con cui è indispensabile si confronti il movimento per la liberazione animale è il fatto della trasformazione del potere.


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1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &approfondimenti 10 Ago 2015 12:11 am

Nuovo requiem per un camion di maiali

Guardo i loro volti agonizzanti sull’asfalto, la bocca aperta per un ultimo, ansimante respiro. In altre immagini, i corpi ormai immobili sono caricati su di un camion con un argano, issati per i piedi, materia senza più vita. Parole di crudeltà mi feriscono nel profondo: “merce”, “carico”. Le vittime contabilizzate sono molte più di quelle dichiarate sui giornali, loro però non fanno parte del computo del lutto, perché non ne sono degni: del resto erano nati per morire. Ed è inspiegabile la tristezza, e la stanchezza. Dover spiegare ogni volta perché quelle vite SONO degne di lutto. Doversi giustificare, trovare motivazioni filosofiche, sociologiche, energetiche, ecologiche, per vedersi riconosciuto il diritto alla compassione, ad una vita il più possibile gentile, il meno possibile crudele. Perché siamo diventat* quello che siamo? Interrogo quel poco che so, ma fatico a trovare una risposta.

E non ho più voglia, davvero nessuna, di dover argomentare attraverso lunghe digressioni quello che sento essere l’unico modo giusto, o perlomeno il più giusto per me, di stare al mondo. Si può fare? Sì. E allora si deve fare. Perché se davvero essere “umani” significa qualcosa – io non lo credo, ma va tanto di moda, da qualche secolo a questa parte, appellarsi all’eccezionalità della nostra supposta umanità  – dovrebbe aver a che fare con l’essere compassionevoli, quando in verità a me pare che l’umanità sia, in realtà, l’esatto opposto.

L’essere umano è, per la maggior parte del tempo, assai crudele.

Animale umano di sesso femminile catapultato in questo mondo non per mia volontà,  non mi ci è voluto molto a capire che, per quanti privilegi potessi avere (perché sono bianca, perché sono cisgender, perché sono di classe più o meno media, perché ho potuto studiare, perché non ho disabilità *troppo* evidenti) erano altrettante le oppressioni che avrei dovuto affrontare su base quotidiana. E così è stato, e contro quelle oppressioni lotto tuttora, ogni giorno.

Ma ancora prima di tutto questo, ancor prima di sentirmi – e pertanto dichiararmi –  femminista, ho sentito in maniera inequivocabile dentro di me uno sdegno intollerabile per quello che viene fatto agli altri animali. E’ stato più semplice e più immediato, perché – ora ne sono certa – non ho mai perso contatto con l’animale che dunque sono. E quell’animale, mai disprezzato, a volte stupito e confuso, non ha mai smesso di com-patire, di sentire e farsi attraversare dall’altr*.

Come si può ridere della sofferenza altrui? Come si può agire con crudeltà, come si può restare indifferenti? Cosa vedono gli occhi distaccati e freddi, quando altri occhi li fissano vitrei ma ancora mobili, ancora in cerca di un altro sguardo a cui aggrapparsi, perché questo è quello che qualunque vivente fa quando sta per morire?

Dove sta nascosta la tanto millantata umanità in quei momenti? E qual’è quel momento in cui, da splendidi bruchi pieni di stupore per la vita crescendo diventiamo farfalle orrende, velenose e assassine? Per quale motivo ci assoggettiamo ad una “realtà” cucitaci addosso con brutalità, invece di lottare, ribellarci e rivendicare la nostra libertà, il nostro desiderio, la nostra felicità? Un cavallo, un’orca, persino un esile merlo hanno più coraggio di noi, e tutti sono disposti a pagare, persino con la vita, quel bene che sanno supremo e non vogliono perdere.

Siamo i più addomesticati tra gli animali, più delle tanto vituperate pecore, delle galline tanto ingiustamente tacciate di stupidità. Siamo codardi e feroci e conformist*. A guardarci con onestà, a fissarci nudi, di fronte ad uno specchio, facciamo davvero paura.

Questo non voglio per me, e spero che nessun* lo desideri. Mi voglio strappare di dosso questa pelle non mia, questa pelle che han cercato di cucirmi addosso e che soffoca l’animale che è in me, in ognun* di noi, rendendolo noncurante e insensibile. Fa molto male, indubbiamente, ed espone ad un continuo e rinnovato dolore. Quella che resta è una pelle sensibile, porosa, che non riesce a proteggere, o almeno non del tutto, dal dolore che permea il mondo e di cui noi, così “umani”, siamo tanta parte. Parrebbe quasi un esercizio masochistico, non fosse che l’alternativa è ancora più agghiacciante, ed è non riconoscere l’altr*, non sentirne le gioie e i tormenti, e in questa distanza invisibile ma incolmabile perdere se stess*, diventare comparse inutili in un copione scritto da altr*.

“No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous—
Almost, at times, the Fool.”

E’ questo il motivo, e quasi riguarda più me di loro: perché non voglio perdermi, e voglio poter chiudere gli occhi ogni giorno con il cuore, se non altro, un pò meno pesante.

Ed è perché, assieme al dolore, si ricomincia ad essere attraversat* anche dalla felicità degli animali, che sono capace di soffrire per un camion di maiali.

Feminoska

(Fonte: www.intersezioni.noblogs.org)

1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &8 - ribellioni 07 Ago 2015 07:32 pm

Karma, la mucca ostinata che non ha bisogno di sottotitoli

Santa Clarita, California, agosto 2015

 

 

Un video ad opera dei volontari di The Gentle Barn

(https://www.facebook.com/TheGentleBarn/timeline)

Nel video si racconta la storia di Karma, una mucca sottratta al mattatoio. Quando Karma è stata portata via nessuno aveva avvertito i volontari dell’esistenza del suo piccolino dal quale era stata separata. La madre lo ha chiamato in continuazione, per giorni, senza darsi  pace .

Poi anche il vitellino è stato recuperato. Stremato per lo stress emotivo e per il viaggio è quasi svenuto . Ma quello di cui aveva bisogno era solo la sua mamma.

I sottotitoli sono in inglese. Ma non ce n’è bisogno! E’ una storia che gli animali sanno raccontarci da soli.

Leggi l’articolo

( Fonte: www.lastampa.it)

 

1 - storie di rivolta &9 - richieste di aiuto &approfondimenti 07 Ago 2015 04:21 pm

Il salvataggio collettivo di un cucciolo che rischia di annegare.

Arizona, agosto 2015

Questo video riguarda il salvataggio di un piccolo da parte di un cavallo adulto, probabilmente la madre, e dei cavalli presenti che l’aiutano. I cavalli erano presso un fiume, due gruppi sulle sponde opposte, e avevano cominciato a giocare. Finchè uno dei piccoli non ha rischiato di annegare. Nelle foto e nel racconto della guardia forestale l’emozione del salvataggio del piccolino.

Sono i cavalli selvaggi che ancora si possono trovare in Arizona, Wyoming e Nevada. Negli ultimi tempi sono  sempre più in pericolo. Ogni anno ne vengono catturati diversi, tramite l’intervento di elicotteri che arrivano fin quasi a terra e li convogliano dentro corridoi costruiti appositamente . E’ così che famiglie intere vengono separate e distrutte. E molti animali , terrorizzati, e feriti durante gli inseguimenti perdono la vita.

La pressione degli allevatori che  reclamano sempre più terre per l’allevamento del bestiame è immensa e ha assunto  forte carattere politico negli ultimi anni all’interno di una questione molto controversa che riguarda anche l’uccisione dei cavalli per cibarsene, argomento quasi tabù per molti anni in USA.

Qui la notizia

(Fonte: www.whitewolfpack.com)

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