Category Archiveapprofondimenti



1 - storie di rivolta &7 - evasioni &approfondimenti 12 Mag 2017 07:06 pm

Il deforme quotidiano di corpi e situazioni

Testo tratto dal libro Anversa di  Roberto Bolaño:

“A Anversa un uomo è morto perché la sua automobile è stata schiacciata da un carico di porci: anche molti porci sono morti quando si è ribaltato il camion, altri hanno dovuto essere sacrificati sul ciglio della strada e altri ancora sono scappati di gran corsa… “Hai sentito bene, cara, il tipo è schiattato mentre i porci passavano sopra la sua automobile”… “Di notte, per le strade del Belgio o della Catalogna”… “Abbiamo chiacchierato per ore in un bar delle Ramblas, era estate e lei parlava come se non lo facesse da molto tempo”… “Dopo aver detto proprio tutto mi ha accarezzato il viso come una cieca”… “I porci hanno strillato”… “Lei ha detto mi piacerebbe stare da sola e io sebbene fossi ubriaco ho capito”… “Non so, è qualcosa che assomiglia alla luna piena, ragazze che in realtà sono come mosche, anche se non è questo che voglio dire”… “Porci che gridano in mezzo alla strada, feriti o mentre si allontanano di gran fretta dal camion sfasciato”… “Ogni parola è inutile, ogni frase, ogni conversazione telefonica”… “Ho detto che voglio stare da sola”… Anch’io ho voluto stare da solo. A Anversa o Barcellona. La luna. Animali che scappano. Incidente sulla strada. La paura.”

Capitolo 49 del romanzo Anversa di Roberto Bolaño – trad. it. di A. Morino, Sellerio, Palermo 2007, p. 99

 

2 - allevamenti e macelli &7 - evasioni &8 - ribellioni &approfondimenti 14 Apr 2017 11:21 am

Del comprare animali

Il 30 marzo sei vitelli sono scappati da un mattatoio di St. Louis. I sei, per ore, sono sfuggiti ad ogni tentativo di cattura, facendo restare con il fiato sospeso migliaia di persone.

Migliaia di persone che, per le ore che la loro fuga è durata così come per i giorni immediatamente successivi, hanno gioito con loro, tenuto il fiato sospeso per loro, sperato per loro.

Come sempre accade quando un animale sfugge al suo destino e alla sua prigione, e diventa da cosa individuo. Scavalca i confini entro cui null’altro è se non merce, per appropriarsi di spazi altri, irrompendo nella nostra realtà antropizzata, costringendoci a guardarlo negli occhi e riconoscere nel suo sguardo il nostro stesso sguardo. Nella sua voglia di vivere la nostra. Nella sua ribellione ad un sistema che schiaccia, uccide e mercifica la nostra stessa ribellione.

Una volta ricatturati, i sei giovani vitelli sono stati ricondotti al mattatoio.

Per uscirne di nuovo dopo pochi giorni, ed essere condotti verso quella che presumibilmente sarà la loro ultima destinazione: il Gentle Barn Animal Sanctuary.

Subito dopo la loro cattura sono state organizzate raccolte fondi. Si parla di circa 20.000 dollari ottenuti.

Tanto è costata la vita dei sei giovani fuggitivi. Tanto da questa storia ha guadagnato il proprietario del mattatoio dove avrebbero dovuto morire (e dove – ininterrottamente, anche ora – si continuano ad uccidere giovani vitelli tali e quali a loro).

Un altro rifugio statunitense, il Farm Sanctuary, ha a tal proposito emesso un comunicato:

“Grazie a tutti coloro che hanno chiamato e che si sono interessati alla sorte dei sei vitelli fuggiti e ricatturati a St. Louis ieri.
Abbiamo ricevuto molte domande sulla possibilità da parte nostra di pagare la cifra richiesta dal loro proprietario per salvare la vita di questi sei coraggiosi individui.
La nostra posizione resta la seguente: quando noi acquistiamo un animale con il fine di salvarlo/a, non facciamo altro che contribuire all’acquisto dell’animale che lo/la sostituirà.
I 15.000 dollari che l’azienda ha ricevuto per soltanto tre di loro, avrebbero potuto essere usati per comprare migliaia di altri animali:

9,090 pulcini di ovaiola
6.976 pulcini di broiler
1.718 tacchini
300 agnelli
250 capre
75 maialini

Versare denaro nelle casse di mattatoi o allevamenti non fermerà lo sfruttamento animale. Nel nostro paese sono più di 10 miliardi gli animali uccisi ogni anno soltanto per farne cibo. Anche se se ne acquistassero e salvassero ogni anno 20.000, questi non sarebbero altro che un mero 0,0002 percento di quelli massacrati. Non possiamo competere con l’industria della carne sui numeri, e non può neanche essere quella dei numeri la nostra priorità nel salvare individui.
Solo cercando su annunci di vendita, giornali locali, o chiedendo ad allevamenti e fattorie nei dintorni, riempiremmo tutti e tre i nostri rifugi in meno di una settimana. Ma non saremmo “liberatori”. Saremmo “clienti”. Di fronte ad una realtà tanto devastante, fatta di gabbie e massacri, quello che possiamo e dobbiamo fare è cercare di aiutare quegli animali la cui vita può venir salvata usando sistemi che siano efficaci e funzionali al fine di modificare la realtà in cui gli animali sono costretti.
Salvare vite pagandole non è solo sbagliato, ma decisamente inutile. Senza acquistare un solo animale, Farm Sanctuary e i rifugi a noi vicini sono comunque traboccanti di vita.”

Non si può non essere concordi con queste parole. Razionalmente, politicamente, eticamente.

Se il nostro fine ultimo è il sovvertimento dell’attuale ordine delle cose, il superamento delle barriere di specie, la fine della reificazione dei corpi, del dominio dell’uomo sugli altri animali e sulla natura, è impensabile operare acquistando animali, ovvero riproducendo e alimentando proprio ciò contro cui ci battiamo: questo sistema, questo ordine economico, questa visione dei corpi di serie B come merce che possiamo acquistare pagandone il prezzo richiesto.

Se quello a cui tendiamo è la fine del massacro infinito di animali, non è acquistandone (cento? mille?) quanti possiamo, operando quindi all’interno della stessa macchina che stritola miliardi e miliardi di vite, che riusciremo a fermarla, la macchina. Ma solo se ad essa ci opponiamo, ne rompiamo gli ingranaggi, ne ostacoliamo il funzionamento.

Se ciò in cui crediamo è che ogni individuo sia unico, la sua vita preziosa e sacra, come prezioso e sacro il suo diritto alla libertà, dovremmo rigettare l’idea stessa che questo individuo, questa vita, abbiano un prezzo.

E non è facile.

Non lo è mai.

In un post su Facebook, il Barn Sanctuary risponde così a chi dubita sulla liceità di aver pagato per i sei vitelli:

“E’ una questione davvero difficile: non vogliamo dare soldi al mattatoio, ma non possiamo neanche girarci dall’altra parte, andarcene e lasciarli morire.”

Chi ha, nella sua vita, come chi scrive, visto trascinare via vitelline che erano ad un passo dalla salvezza, guardato i loro occhi terrorizzati; chi ha passato giorni e settimane a cercare di salvare un animale che aveva tentato la ribellione, ed era fuggito dalla sua prigione, passato calde giornate e notti piene di stelle assaporando la libertà, per poi essere ripreso e ricondotto indietro; chi si è sentito dire che animali sequestrati e tolti al loro aguzzino sono stati venduti al mercato del bestiame e risucchiati di nuovo nel nulla; chi ha visto e vissuto ed ascoltato tutto questo, sa quanto sia difficile, la questione.

Perché se da un lato ci sono la ragione, la politica, l’etica, dall’altra c’è emozione, e dolore, quel dolore lancinante allo stomaco, che ti ferma il respiro, al solo pensiero che da quel che tu decidi dipende la vita di qualcun altro.

Ma se sogni un mondo diverso, un mondo in cui tutti i maiali possano godersi le stelle delle notti d’agosto, e tutte le mucche i loro figlioli, questa decisione è davvero così difficile?

1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &8 - ribellioni &approfondimenti 16 Mar 2017 09:20 pm

Ribellarsi ad un mondo mostruoso

Selva di Cadore, 14 marzo 2017

Un toro si è ribellato davanti al macello.

Si è ribellato alle corde e alle sbarre,  al rumore di morte, all’odore del sangue, alla mattanza che sentiva imminente. Per un attimo si è ribellato anche alla paura.

Lo hanno ucciso, alla fine, ma la sua storia ormai è dentro ognuno di noi.

QUI articolo (Fonte: www.corrierealpi.gelocal.it)

6 - altri luoghi di detenzione &7 - evasioni &approfondimenti 14 Mar 2017 11:57 pm

Fugge di notte dal reparto di psichiatria…trovato il cadavere sui binari.

Livorno, 14 marzo 2017

Aveva solo 43 anni . Era ricoverata da quasi un anno nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Livorno. Che si debba parlare di “fuga” da un luogo come un ospedale dovrebbe risultare alquanto paradossale, perché di solito non si fugge da un reparto sanitario: si esce, semplicemente. Dai reparti di psichiatria, al contrario, è legittimo e anche socialmente accettato che si possa solo fuggire.

Magari per buttarsi sotto ad un treno in corsa.

Articolo

(Fonte: www.firenze.repubblica.it)

1 - storie di rivolta &3 - circhi &7 - evasioni &approfondimenti 28 Gen 2017 08:38 pm

Una tigre in cerca di libertà

Monreale, 28 gennaio 2017′

E’ sabato 28 gennaio. Poco dopo l’alba, una tigre è fuggita dal Circo Svezia. La tigre albina si chiama Oscar. Le foto mostrano la tigre in una zona industriale di Monreale, in provincia di Palermo, di fianco alle immancabili e onnipresenti auto. Nella documentazione fotografica proposta dalle testate locali, il maschio albino del Bengala non pare aggressivo. Tuttavia, si è verificato il panico generale e il timore che l’animale ormai addomesticato potesse graffiare qualche carrozzeria sulla Statale 186. Commenta Quotidiano.net in modo drammatico:
“Il felino aveva creato non pochi problemi spaventando gli automobilisti…”
E’ commovente tanto amore per le marmitte. Il comune ha manifestato impreparazione e dilettantismo. Al pari di un criminale, sono stati chiamati i carabinieri. Le foto mostrano alcuni ufficiali dell’arma in borghese con tanto di pistola spianata.
La fortuna dell’animale è stata grande. Il Corpo Forestale dello Stato, recentemente assorbito dai Carabinieri, non ha voluto sparare contro Oscar, neppure un sedativo, in quanto l’addormentamento è pericoloso. La tigre è stata ingabbiata e riportata nel circo in tarda mattinata. Questa è la notizia secondo l’Ansa, ma altre fonti di informazione parlano erroneamente di sedazione avvenuta. In serata, il TG di RAI 1 ha confermato che non è stato necessario l’impiego di alcuna telesiringa.
Le incongruenze fattuali del giornalismo italiano non solo manifestano ciarlataneria, ma anche incultura: nessuno dei giornalisti che ha commentato la fuga si è chiesto come mai una tigre mansueta – perché addomesticata – cerchi di sperimentare il mondo al di fuori della gabbia mobile in cui probabilmente è imprigionata da anni. Nessuno che abbia scritto una breve riga sulle terribili condizioni in cui vivono gli animali sfruttati nei circhi. In relazione agli animali in fuga, i media fanno il solito allarmismo sociale. “Paura per le strade di Monreale”, intitola il Giornale di Sicilia. Seguono gli emuli che spingono la leva del terrore: Il Messaggero e La Stampa. Per Il Fatto Quotidiano, invece, la tigre se n’è andata a spasso, come se avesse fatto shopping. Nulla sulla liberazione degli animali circensi e sui loro diritti.
Si calcola che in tutto il mondo siano sopravvissute circa 2500 tigri del Bengala. Una specie gravemente a rischio di estinzione. Soprattutto per il fatto che le Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie presente nel delta del Gange, un ecosistema fondamentale per la terra e anche sede dal santuario dei delfini Irabati, è il luogo di incendi, disastri ecologici e pesante bracconaggio. Ricordo, come esempio, la catastrofe ambientale del dicembre 2012, in cui una petroliera disperse 350 tonnellate di greggio.

Rob Benatti, l’orso giornalista indipendente

http://www.palermotoday.it/…/trige-scappata-circo-monreale.…

http://palermo.repubblica.it/…/una_tigre_e_fuggita_da_un_c…/

http://www.ansa.it/…/tigre-scappa-da-circo-nel-palermitano_…

http://www.monrealepress.it/…/monreale-tigre-bianca-fugge-…/

http://www.quotidiano.net/…/tigre-scappa-dallo-zoo-1.2852088

http://www.ilfattoquotidiano.it/…/palermo-tigre-bi…/3346457/

approfondimenti 15 Gen 2017 09:02 pm

Ma sono stati uccisi lo stesso.

Pubblichiamo un commento sull’ordinanza di abbattimento di sei maiali da parte del sindaco di Giugliano (NA)


Il primo gennaio 2017, sei maiali vengono trovati senza segno identificativo a Giugliano (NA). Sono una mamma con 5 cuccioli. Viene chiesto da un’associazione del luogo al Sindaco Antonio Poziello e all’Asl di poterli “regolarizzare”, visitare, vaccinare perché possano essere adottati. C’era tempo fino al 13 gennaio per fare tutto. Purtroppo il giorno 10, senza preavviso, è stata decretata l’esecuzione. Erano maiali bicolore, tipo cinte senesi, belli come il sole. Sembravano sani e molto probabilmente lo erano.

Ma sono stati uccisi lo stesso.

Perché? Perché nel nostro paese se non hai un documento, un permesso, un visto, un codice identificativo sei uno straniero, un clandestino. E questo vale anche per gli animali, quelli “da reddito” perché se non hai un documento di identità, a questo mondo non sei nessuno. Per gli animali “da reddito” c’è una motivazione in più: non possono essere tracciate la provenienza, il tipo di alimentazione, i trattamenti farmacologici… tutte cose necessarie, che bisogna conoscere non per il bene e la salute dell’animale in sé, ma solo ai fini della tutela della sicurezza e dell’igiene degli alimenti che sono destinati a diventare.

A nessuno importa che un animale sia monitorato e controllato per garantirgli una buona vita… I numeri stampati su marche auricolari oppure tatuati dentro ad un orecchio, i fogli di carico e scarico nei quali compilare il numero dei capi e i chili di carne ci parlano di esistenze finalizzate unicamente ad essere cibo e private di rispetto e dignità.

Quei maiali erano solo questo agli occhi delle Istituzioni garanti del “benessere animale” e della sicurezza alimentare. Ma non erano questo. Non erano solo chili di carne sprecata per paura che facesse male a qualcuno che avrebbe potuto non resistere dal farci qualche braciolina. 

Erano una madre con i suoi figli che avrebbero potuto vivere la propria vita, magari potevano essere separati… quello purtroppo sì… ma sarebbero stati vivi accanto ad altri animali di tante specie avendo la possibilità di creare nuovi legami, nuove complicità, nuove avventure. Bastava una cosa molto semplice… bastava riconoscere la loro identità, la loro vera identità, non quella scritta in codice su sfondo giallo.

Bastava decretare che non fossero macellabili, bastava vincolare le loro adozioni a persone e realtà esclusivamente antispeciste, bastava farli uscire dall’industria alimentare. NON DPA. Non Destinato alla Produzione Alimentare. È così difficile per voi Istituzioni riconoscere che ci sono migliaia di individui, oltre agli equidi, che possono essere destinati a vivere e basta?È così complicato decidere e dichiarare che un animale trovato senza marchi identificativi può essere adottato da qualcuno che non vede nessun lucro e nessuna utilità nel viverci insieme se non lo scambio continuo di emozioni e ricordi? Le persone così esistono, ci sono realtà create apposta con questo scopo. 

Aprite gli occhi e rendetevi conto che quelli che voi considerate schiavi sacrificali per altri sono persone, proprio come voi.

Vivono in gruppi familiari proprio come voi.

Vengono richiusi e sfruttati e di questo soffrono, proprio come voi.

Avete visto il loro sangue sul pavimento dello stalletto?

Non era rosso proprio come il vostro?

Protestiamo in tanti e con forza verso il Comune di Giugliano, verso il Sindaco Antonio Poziello e l’Asl di competenza per l’esecuzione dei sei maiali. Protestiamo per quello che si mostra in tutta la sua evidenza come un sopruso e una profonda ingiustizia.

approfondimenti 10 Gen 2017 09:31 am

Stefania nel paese delle meraviglie

Di seguito la recensione di Massimo Filippi al libro per bambin* (e non solo) di Stefania Bisacco, “Con occhi animali”. Ricordiamo che le donazioni fatte per il libro sono devolute ad Agripunk.

Vai alla pagina dedicata al libro e alla raccolta fondi

Massimo Filippi

Stefania nel paese delle meraviglie

Pour dire les plus longues phrases, / Elle n’a pas besoin de mots.

(Charles Baudelaire)

  1. Se accettiamo che una fiaba debba possedere la morfologia delineata da Propp, Con occhi animali di Stefania Bisacco non è una fiaba: non c’è un equilibrio iniziale alterato da una qualche complicazione né una conclusione che ripristina, grazie alle peripezie di un eroe, l’equilibrio perduto. Non ci sono eroi in questo racconto, ma un concatenarsi di singolarità in perenne trasformazione. Eppure Con occhi animali è, malgrado tutto e in qualche modo, una fiaba se, sempre seguendo Propp, in una fiaba ciò che conta non è chi è il personaggio, ma che cosa fa il “personaggio”, non la sua natura ma la sua performatività. Qui, però, non ci sono neppure personaggi che mantengono un ruolo funzionale nel flusso della storia, ma un flusso che sviluppa “personaggi”, che appaiono e scompaiono, come bagliori, come delle lucciole. Con occhi animali, allora, è una non-fiaba.
  1. Che cosa fa “il personaggio” che attraversa questa non-fiaba? L’autrice ce lo dice subito, all’inizio del racconto, sostituendo il classico “C’era una volta…” con “…E gli animali risposero”. Derrida ha scritto: «Tutta la questione dell’animale non consisterà tanto nel sapere se l’animale parli, ma se sia possibile sapere cosa significhi rispondere e distinguere una risposta da una reazione». Questa non-fiaba non solo dà per scontato che gli animali siano in grado di rispondere, ma salta ogni preambolo, sfida ogni equilibrio e ci dice immediatamente che gli animali hanno già risposto. Gli animali e non l’animale, la moltitudine e non l’esemplare. Ecco, quindi, un’altra differenza dalle fiabe classiche: gli animali non servono per parlare d’altro – delle qualità positive o negative degli umani –, ma appunto rispondono. Non sono controfigure, ma protagonisti. Escono dall’osceno per occupare la scena.


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1 - storie di rivolta &2 - allevamenti e macelli &7 - evasioni &approfondimenti 23 Dic 2016 01:08 pm

La moderna tratta degli schiavi sul mare e la loro lotta per la libertà

dai DIARI DI BORDO DI LYNN SIMPSON

Lynn Simpson è una veterinaria australiana che viaggia su navi da trasporto occupandosi del “benessere” degli animali imbarcati: bovini e ovini destinati al macello. Sulla rivista di nautica Splash tiene una rubrica intitolata “Esportazione di animali vivi”, di cui vi riportiamo in traduzione alcuni articoli. Questo è intitolato significativamente: “La moderna tratta degli schiavi sul mare” (http://splash247.com/live-animal-export-shippings-modern-slave-trade/).

27 giugno 2016

Solo un vero marinaio può comprendere quanta dipendenza diano le spedizioni per mare. Solo pochi di noi sono in grado di farlo capire ai profani. E’ spesso un’esperienza avventurosa, che presenta le sue sfide. Queste non dovrebbero essere tanto gravi e facilmente prevedibili come gettare animali morti “oltre il parapetto” su basi regolari e avere navi attrezzate apposta con macchinari che macinano cadaveri.

Cattivo tempo, guasti meccanici, incendi e pirati dovrebbero bastare a saziare chiunque abbia fame di avventura.

Ho lavorato come stivatrice a Fremantle durante gli ultimi tre anni di università per mantenermi alla scuola di veterinaria. Questa è stata la mia iniziazione al mondo della navigazione. Rimasi subito ‘catturata’. Non mi sarei mai aspettata che la mia laurea in veterinaria e il mio amore per il bestiame mi avrebbero portato a viaggiare su navi mercantili per undici anni.

Dopo la laurea mi sono ritrovata con le valigie a camminare sulla passerella che porta a bordo della nave, per il primo dei miei cinquantasette viaggi di esportazione dall’Australia all’emisfero nord in qualità di veterinaria di bordo.

Ho amato lavorare sul mare per la pura grandiosità e il senso di avventura che mi dava. Tragicamente mi sono resa conto molto presto delle affinità tra la tratta degli animali esportati vivi e quella che una volta era la tratta degli schiavi. Nell’Ottocento si costruirono imperi sulle spalle degli schiavi, rapiti e venduti dalle loro terre d’origine, con un alto tasso di mortalità durante i viaggi e un misero trattamento nelle terre a cui erano destinati dopo la vendita.  

Se si immagina di sostituire gli schiavi umani con gli animali vivi, ebbene sì, lo scenario è lo stesso. 

Si credeva che l’economia sarebbe collassata se la schiavitù fosse stata abolita, ma gente coraggiosa come William Wilberforce fece sì che la pressione sociale arrivasse al punto di mettere fine alla tratta – e l’economia continuò a prosperare. Mentre aiutavo animali feriti e malati a bordo delle navi, mi tornava sempre alla mente la tratta degli schiavi e la canzone Amazing Grace, scritta da un vecchio capitano che trasportava schiavi a mo’ di pentimento.  

Mi ritrovo a fare un’operazione chirurgica ad un toro, come la rimozione di un occhio, o ad essere inginocchiata sprofondando per spanne nella merda e nel piscio, con la nave che rolla, e nel frattempo mi chiedo se questa tratta in futuro sarà abolita come è successo con la schiavitù, se il mondo guarderà al passato domandandosi con incredulità e vergogna come poté essere considerata accettabile. Ho passato ore in mare a discutere di come fosse sbagliato quello che stavamo facendo. Poi tornavo sul ponte a vedere quanti animali dovevano essere uccisi e buttati giù dal parapetto.

Credo che col tempo la società collettivamente vedrà il trasporto via mare di animali vivi come una pratica orrendamente immorale, proprio come ora pensiamo che fosse la tratta degli schiavi

Perché non mi sono ancora dissociata dal 1999? Ebbene, il mio pensiero oggi è simile a quello dei medici nei centri di detenzione offshore. Avevo le capacità, la possibilità e il pragmatismo di fornire cure, aiuto e in molti casi l’eutanasia necessari a ridurre la sofferenza degli animali in questo ambiente difficile. Non potevo voltare le spalle a quegli animali intrappolati in questo sistema draconiano che chiamiamo esportazione di animali vivi. Volevo avere un’influenza positiva nel diminuire il dolore innecessario e la sofferenza che questa tratta produce.

Ho viaggiato con animali attraverso zone di guerra, cicloni, ondate di calore e acque infestate dai pirati. Ho visto barche rovesciate con corpi umani che ondeggiavano sballottati contro il nostro scafo.

Sono stata anche in alcuni posti notevoli ed esaltanti, ho lavorato con equipaggi straordinari, gente da tutto il mondo e personaggi meravigliosi! Dieci anni fa ho portato in Libia delle catene che anticamente erano state messe agli schiavi. Un forte monito che mi ricordasse della mia complicità, oltre che un ottimo spunto per cominciare una conversazione con gli sconosciuti che non sono del mestiere.

Durante le fasi di scarico nei porti stranieri eravamo solitamente isolati come dei lebbrosi. Ripartendo dopo ogni attracco mi meravigliavo sempre di come la mia casa galleggiante puzzasse di carogna (lett. like I was returning to live in road kill: come se tornassi a vivere dentro la carogna di un animale investito sulla strada, ndt). Non c’era da stupirsi se gli altri naviganti fossero soliti chiedermi come facevo a resistere all’odore, dopo che mi avevano detto che riuscivano a fiutarci da miglia di distanza!

La gente che lavora su queste imbarcazioni ha il mio totale rispetto. E’ molti difficile fare bene questo lavoro. Ho avuto la fortuna di lavorare insieme a marinai eccezionalmente professionali che lavoravano instancabili per riparare ad una legislazione sul benessere animale insufficiente da parte del ministero dell’agricoltura del governo australiano. Ho visto queste mancanze provocare un grave imbarazzo sia ai proprietari delle navi che agli equipaggi, me inclusa. 

L’AMSA (l’Autorità Marittima per la Sicurezza Australiana) ha riconosciuto questo deficit e di conseguenza ha fatto uno sforzo importante per rendere gli standard a bordo il più “animal friendly” possibile. Li applaudo per i risultati che hanno ottenuto, ma indipendentemente da questo gli animali non sono fatti per stare bene in un simile ambiente. Questi standard dell’AMSA dovrebbero essere obbligatori in tutto il mondo come un livello minimo in assoluto.

Ad ogni modo secondo il mio parere di veterinaria l’opzione più umana nei confronti degli animali traghettati sarebbe naturalmente di non caricarli a bordo da vivi, ma come carne refrigerata o congelata.

Continuiamo con un articolo dedicato ai casi in cui gli animali fanno resistenza al dominio dei loro padroni: “Fughe. Parte I” (http://splash247.com/live-animal-export-escapees-part-1/). Di fronte alla costrizione del viaggio, agli orrori indicibili che questo comporta e al destino di morte verso il quale sono traghettati, i bovini cercano la fuga. L’occhiello recita: “La dottoressa Lynn Simpson su cosa succede quando un animale corre per la libertà”.

22 novembre 2016

I fuggitivi nel settore dei trasporti marittimi non sono infrequenti. Come biasimarli? Io stessa ero piuttosto desiderosa, di solito, di passare del tempo lontano dalla nave alla fine del viaggio. E la mia sistemazione era decisamente migliore della loro.

Mentre li caricavamo in Australia c’erano spesso degli evasi sul pontile, ma essendo i porti ben recintati e capendo tutti la stessa lingua generalmente erano catturati senza troppi problemi e riportati sulla rampa di carico. In Australia sapevamo come dare all’animale o agli animali il tempo di calmarsi e di solito la cattura era relativamente semplice. Le difficoltà sorgevano mentre l’animale o gli animali, bovini in particolare, trovavano una via di fuga in una zona del porto piena di macchine nuove di zecca, parcheggiate vicine, appena consegnate da un trasportatore di automobili. Uno dei commenti più divertenti che mi sono portata via da quando facevo la stivatrice è: “Gli piacciono le Hyundai” . Provare gentilmente a fare uscire un toro Brahman in mezzo a centinaia di macchine arrecando il minimo danno possibile ad entrambi si rivelò una danza raffinata. Non sempre ben riuscita, visto il finestrino laterale di una macchina lasciato a penzolare.

La maggior parte delle fughe con cui ho avuto a che fare erano durante le fasi di scarico. Di solito erano dovute alla cattiva qualità o gestione dei camion. Meno stanchezza e una migliore organizzazione quando si caricavano i camion avrebbe potuto risparmiare molte di quelle situazioni. Gli animali arrivavano alla fine della rampa della nave e qualche cretino dimenticava di chiudere il cancello o lasciava che un camion partisse senza chiudere la portiera o tentava di mettere troppo bestiame su ciascun camion. Gli animali vedevano un varco e ci si buttavano. Balzavano giù dal camion o dalla piattaforma, generalmente si fermavano scioccati di fronte al luogo in cui si trovavano e poi partivano di corsa.

Ho assistito ad una eccezione. Stavo lavorando sul pontile e ho sentito un forte grido venire dalla nave. Ho alzato lo sguardo e ho visto due membri dell’equipaggio mettersi in salvo lungo un passaggio esterno della nostra barca, che ha un recinto chiuso all’interno, mentre il toro che li seguiva stava proprio alle loro calcagna. Arrivarono alla sala macchine e si scansarono. Il toro non fece in tempo a fermarsi e gli uomini sbarrarono la porta dietro di lui. Sarebbe potuta finire molto male. Era come guardare una versione più in piccolo della “corsa dei tori” a Pamplona, un’attrazione turistica per idioti che non capirò mai.

Ci vuole raffinatezza per ricatturare un bovino o un ovino fuggitivi senza correre rischi. Di solito la squadra a terra non possiede questa dote. Gli addetti allo stoccaggio e io normalmente siamo chiamati sul pontile per farlo. Quando tutto va bene, ci avviciniamo di soppiatto all’animale e lo sediamo se è un toro, lo catturiamo se è una pecora.

Sedavamo i bovini con un Westergun, essenzialmente una siringa azionata a molla e posta alla sommità di un lungo bastone. L’animale scappava e se lo si lasciava solo affinché si calmasse, cadeva addormentato entro mezzora, oppure se la prendeva a male e cercava di attaccare.

Una volta addormentato di solito si poteva saltare furtivamente su di lui e immobilizzarlo ulteriormente tenendogli giù la testa, mentre un collega gli legava rapidamente le gambe. Il sedativo immobilizza completamente un animale solo di rado. L’animale nella immagine qui sotto creò una situazione non da poco. Fummo costretti a riportarlo sul camion per curarlo e a trasportalo alla mangiatoia. Era vivo e semicosciente, ma fu sollevato per un breve tempo da un muletto. Non convenzionale, non bello da farsi, non menzionato dai manuali di veterinaria, ma comunque funzionale.

Se il tentativo di sedarlo non andava a buon fine allora cominciava un inseguimento. Questo era molto brutto, dal momento che di solito dovevamo salire sul retro di un camioncino con qualche sconosciuto ipereccitato che non parlava inglese e che guidava a tutta velocità per riprendere l’animale. Nel frattempo noi cercavamo contemporaneamente di restare in vita e di fare un’iniezione ad un bersaglio in movimento.

Pericoloso per tutte le parti coinvolte.

Se l’animale veniva inseguito troppo accanitamente talvolta saltava giù dal pontile dentro al porto o dentro al mare. Allora sì che la situazione diventava davvero interessante e il più delle volte si ottenevano risultati scadenti.

Il toro nella foto di sotto era caduto da un camion, la squadra di terra lo inseguiva e lui era finito nell’acqua. Fui chiamata giù dalla nave per “risolvere il problema”. Quando arrivai lì la sua testa era incastrata tra lo scafo della nave e il pontile. Se avessi avuto una macchina a raggi X non avrei avuto dubbi sul fatto che il suo cranio aveva subito delle fratture. Mentre la nave si avvicinava e si allontanava leggermente dal pontile usai un lungo pezzo di legno per spingere la sua testa sottacqua. Ogni volta riemergeva qualche metro più avanti. Fu sufficiente sfruttare il restringersi dello scafo nella sua parte bassa per liberare il toro. Passammo delle corde attorno a lui e usammo un muletto per tirarlo fuori dall’acqua e infilarlo sul camion.

Morì prima che potessi sparargli.

Il toro in questa immagine era uno dei due fuggiti da un camion in Israele. Saltò nell’acqua, ma presto ritornò al porto e fu legato sugli scogli attorno al pontile, sollevato con un muletto e riportato sul camion. Quello sfacciato del suo amico non sarebbe mai tornato indietro. Cominciò a nuotare direttamente attraverso il golfo verso la Giordania. Allora saltai nell’acqua e cominciai a nuotare dietro di lui. Riuscii a farlo girare su se stesso e a riportarlo in Israele dopo un gioco di “spruzzi” non tanto divertente e dopo essere stata coperta di moccio da un toro scontroso in mezzo al mare. I due addetti allo stoccaggio con cui mi viaggiavo presto si unirono a me. Lavorammo come tre cani pastore di mare. Il toro nuotò attraverso una rete a prova di squalo. Il mio primo segnale importante che ricevetti a suggerirmi che ci trovavamo nel posto sbagliato. Corse veloce sulla spiaggia, mentre quelli che prendevano il sole lo guardavano scioccati.

Per fortuna approdò in un punto lungo la costa all’interno dei terreni recintati dell’Eilat Dive Club. Facemmo evacuare il posto e finimmo per sedare il toro nel ristorante del club. Bizzarro, ma per fortuna gli israeliani non la presero male. Una volta sedato e legato fu portato su un rimorchio fino alla mangiatoia perché si riprendesse.

Certamente finì sui notiziari israeliani di quella settimana.

Attraverso il Golfo durante un altro viaggio stavamo scaricando pecore in Giordania. Uno dell’equipaggio a cui avevo dato lezioni di inglese venne da me dicendo: “Un grosso pesce, Dottore, un grosso pesce, venga a vedere!”. Non ero così esaltata all’idea di vedere un grosso pesce, ma aveva parlato così bene che non volevo deluderlo. Finii quello che stavo facendo e camminai fino al lato della nave opposto a quello dove stavamo scaricando. Guardai giù e… Che cazzo?! “Quello non è un grosso pesce,” dissi “è uno squalo balena!”. Uno spettacolo magnifico. Con la testa larga circa un metro e mezzo era semplicemente bellissimo. Nuotava armonicamente avanti e indietro lungo il nostro scafo. Sospetto che sentisse il nostro odore, per Dio; gli abitanti del Paese dopo probabilmente potevano sentirlo.

Più tardi quella notte una pecora  finì nell’acqua e io mi tuffai per riportarla indietro, ma nuotò attorno alla poppa della nostra nave nell’oscurità. Datemi pure della fifona, ma non la seguii. Non ero spaventata all’idea di imbattermi nello squalo balena, ma di certo non ero desiderosa di incontrare nel buio uno dei suoi amici carnivori. La pecora non fu avvistata mai più.

(trad. di Giorgio Losi)

approfondimenti 13 Dic 2016 11:30 pm

Quando un animale decide di smettere di vivere

Leonia, un cane moralmente distrutto a cui è stato permesso di morire durante il processo di riabilitazione

Leonia, con un passato terribile alle spalle, aveva deciso di non vivere più.    

Molti animali possono sviluppare comportamenti equiparabili ad un suicidio attivo: persino gli scienziati non possono negarlo sebbene in molti casi si pretenda di accertare e misurare scientificamente la capacità degli animali di sviluppare una azione consapevole (sic).

Numerosi sono i casi in cui balene, delfini ed elefanti si lasciano morire.

Prigionia, addestramento coatto, separazione dal gruppo, sottrazione dei cuccioli dopo il parto sono solo alcune tra le esperienze traumatiche che possono condurre ad uno stato di impotenza e al desiderio di porre fine alla propria sofferenza.

Attimi intimi e irrimediabili che ci si ostina a negare relegando queste esperienze nel calderone delle casualità e delle singolarità, in una specie di sfera del fantastico che celebra la ricerca forzata di forme di devianza.

Spesso neppure di fronte all’evidenza si ha la decenza perlomeno di nutrire dubbi riguardo ad uno scetticismo nei confronti dei sentimenti degli altri animali e si ricorre ad una valutazione che contiene in sé una svalutazione e non si esce dal confronto con l’umano e dai manuali del DSM ( Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders).

Nel nome della ricerca scientifica si compiono torture nei laboratori, come ad es. quella di infliggere scosse elettriche ai cani per testare le forme di difesa e fuga dallo stress ricevuto o quelle sulla deprivazione parentale nelle scimmie marmoset, o ancora le “prove” sui ratti o nelle grandi scimmie che ne attestino la capacità di essere generosi e di anteporre la salvezza del compagno alla soddisfazione del proprio piacere. E’ lunga la storia delle nefandezze ai danni degli animali.

Ma i delfini nei parchi acquatici smettono di respirare, i condor possono arrivare a lanciarsi contro le rocce, cani abusati trovano diverse forme per farla finita o comunque per evitare di riaffrontare una esperienza dolorosa, e molti sono i casi di automutilazione o morte per rifiuto del cibo, numerose le forme depressive tra gli animali negli allevamenti e tanti “autoabbandoni” anche tra i selvatici.

In un tipo di società che non considera in alcun modo gli animali se non come merce da sfruttare, anche affettivamente, non stupisce che si voglia in ogni modo negare l’evidenza di come gli animali si adoperino per resistere, inclusa la scelta di lasciarsi morire.

 

Libere riflessioni su questo articolo

(Fonte: www.eldiario.es)

4 - zoo &8 - ribellioni &approfondimenti 27 Nov 2016 12:09 am

Harambe è vivo e lotta insieme a noi

Vi ricordate di Harambe? A quanto pare, nei mesi successivi alla sua morte, il gorilla tenuto prigioniero e ucciso nello zoo di Cincinnati è stato oggetto di una serie infinita di meme ridicoli (le vignette che circolano su internet). Da questa estate fino ad oggi il suo spettro non ha smesso mai di agitarsi, anche se in maniera imprevista e spesso infelice. Molte volte la puerilità delle battute sul suo conto sembra calpestare, più che far fiorire, la memoria di Harambe.

Pare però che i suoi carcerieri e aguzzini (conservatori ed educatori della fauna selvatica, come disgustosamente si definiscono) siano stati messi più in difficoltà da questa esaltazione del gorilla a nuova icona pop (o trash) di quanto siano riuscite a fare le proteste vere e proprie degli animalisti, che pure non sono mancate.
harambe-protester

Per le continue attenzioni dei troll che rilanciavano materiali relativi ad Harambe, quasi sempre demenziali, l’account twitter dello zoo ha dovuto chiudere per qualche tempo. La paura da parte loro è evidentemente che quello che vorrebbero far passare come un imbarazzante incidente di percorso abbia delle ripercussioni negative sull’immagine del loro zoo: non deve trapelare l’idea che gli animali là detenuti vivano male o, ancora più a fondo, che il fatto stesso che si trovino là dentro possa essere messo in discussione. Continuare a rivangare la fine di Harambe, anche solo per scherzo, comporta un pericolo serio per la loro istituzione, suscitando scomode domande e riflessioni. E’ stato giusto uccidere una scimmia per salvare il bambino che era caduto nel suo recinto? Era veramente a repentaglio la vita del piccolo umano? Certi primatologi hanno liquidato vilmente la questione come un atroce dilemma. Qualcun altro potrebbe andare oltre e chiedersi cosa ci facesse Harambe intombato tra quelle mura.

harambe-jackson

Passando dai social network (dove il video che ritrae la scena immediatamente precedente la sua fucilazione è diventato virale) il primate è finito persino nei videogiochi, sulle magliette e negli album di musica rap. Le pagine a lui dedicate su Facebook sono almeno due: una è indicata, con un’ironia sottile, come personal blog, l’altra come la pagina di un personaggio politico (!).

E alle presidenziali americane dell’8 novembre, dovendo scegliere tra Clinton e Trump, 11000 americani hanno votato per Harambe! Sulla scheda elettorale hanno seriamente scritto il suo nome. Possibile che qualcuno tra di loro fosse abbastanza sensibile e intelligente da non utilizzare Harambe soltanto, come è stato scritto su Vox, i progressisti per deridere i moti scimmieschi dei mass media mentre si evitano le questioni veramente importanti e i conservatori per sbeffeggiare l’isteria dei liberali per istanze che loro reputano assurde (donne, froci, animali, minoranze etniche, poveri in canna…), ma che lo abbia fatto invece immedesimandosi e solidarizzando con chi in realtà è un simbolo luminoso dell’oppressione più dura?  Basta vederlo nel video, pochi istanti prima dello sparo, mentre si aggira tra due pareti di roccia, nella fossa lussureggiante dove era stato rinchiuso: https://www.youtube.com/watch?v=Py_1aCt2c0s. Si racconta che gli hippy negli anni Sessanta per dissacrare e ammutolire i candidati democratici ad una convention – erano le primarie -, portarono a braccia un maiale sotto il palco e chiesero a gran voce che fosse lui a correre per la casa bianca.

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Ed ora è accaduto lo stesso… Harambe for president! Gli animali in posizioni politiche di rilievo sono sempre stati motivo di riso e di sdegno (il cavallo di Caligola in Senato), ma potrebbero diventare anche una nuova bandiera dell’anarchismo.

Pare per fortuna che si sia estinto quel moto di imbecillità collettiva per cui tantissimi (anche qualche animalista) sembrava accusare della fine del gorilla più la madre, che per negligenza aveva lasciato che il suo bambino cadesse nella fossa destinata ad Harambe, dei padroni dello zoo.Secondo questi sprovveduti (che con le loro uscite hanno sconfinato spesso nel sessismo e nel razzismo: la madre del bambino caduto nella fossa è una donna di colore) la morte del gorilla sarebbe stata provocata da un genitore irresponsabile, non dal sistema di reclusione e sfruttamento in cui Harambe si trovava, controllato a vista da uomini in armi.Con l’esplosione di popolarità che ha avuto Harambe (così duratura, per altro) il caso ha contaminato il dibattito pubblico sulle condizioni sociali degli afroamericani, partorendo mostri interessanti.

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C’è chi dice che Harambe faccia tanto ridere perché in fondo permette di fare dell’ironia razzista senza essere criticati. E il bestione è stato assimilato per celia a tante celebrità di colore dal mondo dello spettacolo o della politica. La comunità nera ha preso parte ampiamente a questo gioco che conturba le linee divisorie tra le specie.  Qualcuno ha fatto una connessione strabiliante scrivendo sotto una foto del gorilla (l’ennesimo meme, ma ben riuscito) “black lives matter”.black-life-matters

Chissà come reagirebbero i promotori di quel movimento, certamente umanista e infarcito di pastori protestanti, di fronte a questo accostamento! Difficilmente si sarebbero ricordati di Frantz Fanon e delle sue parole secondo cui il negro letteralmente non è un umano, che rovesciano la prospettiva di un’umanità come valore positivo e condiviso (e non invece particolare ed esclusivo) e aprono un nuovo orizzonte alla battaglia per la liberazione animale. Un punto di vista antispecista e antirazzista insieme manderebbe per altro in cortocircuito la logica che fa della parola “scimmia” un insulto offensivo e per i neri e per le scimmie, come se (alcune) scimmie non fossero effettivamente nere e tutti gli uomini (tra cui anche i neri) non fossero effettivamente scimmie. Un altro parallelo interessante tra l’uccisione di Harambe e quella dei neri assassinati dalla polizia è il ruolo che ha avuto la ripresa di quelle scene e la sua rapidissima diffusione, resa possibile dalle nuove tecnologie e i social network.

E infine, in Italia, in un sondaggio online lanciato qualche mese fa dalla Gazzetta del Mezzogiorno perché i lettori esprimessero liberamente una preferenza su come chiamare il nuovo ponte costruito a Bari, Harambe nel giro di poco ha sbaragliato tutti i concorrenti (imprenditori locali, un presidente della squadra di calcio, l’ex sindaco), con un importante flusso di voti anche dall’estero. La solidarietà per Harambe è chiaramente internazionalista, anche se (quasi) tutti impugnano il suo ricordo senza aver consapevolezza dell’ingiustizia che il gorilla ha vissuto, ben prima di essere ammazzato, tra le mura dello zoo di Cincinnati.

E’ sottile, sempre sul punto di essere valicato, il confine che separa la burla dall’indignazione sincera. Se questa fatica a sgorgare è solo per la gabbia che le impone la cultura antropocentrica, tanto da contenerla, da farla apparire inopportuna e far sentire vergogna a chi spontaneamente è indignat*. Uno dei meme che sono stati inventati rappresenta un uomo (o una donna) che stringe i pugni quando sente qualcuno dire che “Harambe era soltanto un gorilla”: l’umorismo è palese nelle intenzioni dell’autore del meme, ma non vi ricorda quella citazione famosa (attribuita erroneamente ad Adorno) secondo cui Auschwitz comincerebbe ogni volta che qualcuno guardando ad un mattatoio dice “sono soltanto animali”?

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E il fatto che certi, esasperati dall’ossessione della gente per Harambe, sentissero il bisogno di affermare che era soltanto un gorilla, come per rassicurarsi sul fatto che non fosse successo nulla, non mostra proprio in maniera lampante che Harambe non era solo un gorilla? Che la vita di un animale, umano o meno che sia, non si esaurisce mai nell’identificazione della sua “specie” di appartenenza? Che la sorte che tocca agli animali negli zoo è intollerabile a prescindere dal fatto che non siano “della nostra stessa specie”? Insomma, nel caso di Harambe sembra quasi assente il dolore cieco e l’ottusità rancorosa che ha smosso con la sua morte il leone Cecil (altro cadavere che quest’anno ha dato vita ad un fenomeno mediatico).

Paradossalmente la sua storia terribile ha messo in moto la fantasia e l’ilarità generale. Le risate però, quando prendono la direzione giusta, scuotono le fondamenta del potere, possono far crollare le mura degli zoo e non soltanto di quelli.

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