Oliver non vuole morire

Ha morso me giovedì. Ha rimorso domenica. Ci ha riprovato ancora domenica. Oggi è lunedì e lo vedo stanco. Di battersi. Per cosa? Oliver non lo sa cosa può essere la vita. Tre anni e mezzo. Da quando ha tre mesi a catena. Preso da un maresciallo dei Carabinieri e legato nel retro della caserma. Stessa identica storia di una cagna che ho conosciuto qualcosa come venti anni fa.

Poi il canile. Da poco più di un mese.

Si dice che un canile sia un buon canile se si prende cura dei cani: pappa, vaccinazioni e profilassi varie, carezze e passeggiate tutte le volte che si può.

Si dice poco o nulla di cosa c’è di non buono nel canile, in ogni canile: resclusione, solitudine, frustrazione, minacce che provengono dai propri simili reclusi, energia inespressa che induce possessività e asocialità, mentre gli umani passano indaffarati davanti a te/cane che sei sempre lì, senza distinguere messaggi invitanti negli odori mischiati, senza comprendere le sfumature dei suoni accalcati e moltiplicati. La confusione cresce e il tempo si avvita nell’attesa di capire. Un assembramento di corpi che spingono per disperdersi più in là. Oltre dove non si può andare.

Che succede. Chi sono. Chi sei. Cosa vuoi. Cosa volete. Aprite. Andate via. Sono tutto e niente. Faccio questo e non so più nulla.

Oliver, pastore bianco dai dred incolti lunghi e sporchi di feci attaccate dietro. Se lo toccavi i primi giorni, non sembrava capire che. . .

Qualche settimana dopo, mi ha cercato lui, per poi pentirsi quasi subito del suo slancio emotivo. Una mano aperta piano dal basso verso l’alto in segno di pace, lui che si butta a terra in un attimo fulmineo di presunta felicità perchè la disponibilità la vede, poi su di scatto…a provare a mordere seguendo i suoi sentimenti traditi.

Dei cani ha paura. Evita a testa bassa, e se ne va. Delle persone ha paura, e le tiene a sè nel recinto, quando capisce che si sta andando là, per poi andare via. Ti tiene mettendosi davanti alla porta, fin dall’inizio in cui ti ha costretto ad entrare perchè altrimenti rimaneva a fare avanti indietro nel corridoio.

Oliver mi sembra a volte che parli con le farfalle, provando ad interpretare quel suo sguardo perso che sintetizza e anima colori dsipersi nell’aria rafferma di chi non si può muovere da dov’è. Perchè è così e basta e chissà se ha potuto chiederselo mai.

Ieri il suo nome è finito nel referto dell’ospedale, perchè a quel braccio si è attaccato come un pesce all’amo che fa male ma almeno lo porta via. Ma, senza correre troppo il rischio di mal interpretare, io lo so cosa Oliver sta cercando in tutti i modi di afferrare.

Succede spesso che arrivano in canile cani che hanno subìto tanto e sembrano all’inizio non esistere a sè stessi.

Se li lasci respirare appena un pò, esce l’autonomia. E Oliver brama di poter decidere. Oggi per lui un morso è una decisione e io ora come ora la voglio accettare.

Non dico che sia facile, ma che quell’insicurezza mi tocca dritto al fondo delle motivazioni che mi portano tra le gabbie del canile.

Centinaia di forme diverse di resistenza a cui cercare di connettermi, sapendo di dover passare per quello che in parte sono. Il loro carceriere. Il rappresentante sul campo della specie che li ha fatti soffrire. Colui che prova a dare loro qualcosa che non basta mai, procedendo secondo una precisa e reiterata suddivisione fra quanti sono. Colui che apre la porta per richiuderla, alla fine. E questo è un fatto che se tengo alla loro felicità vorrei che sapessero non cancellare pur nell’affetto che col vivere la giornata insieme si crea.

Oliver non vuole morire e questo è di gran conforto.

Dico sempre una cosa in canile “Un morso è un morso, nessun affronto ricevuto che sia per noi da personalizzare!”.  Lo dico per far scendere il timore dei cani che abbiamo un pò tutti quando impattano forme di aggressività, perchè il timore -se incontrastato- si gonfia facilmente, finchè etichetta e condanna. Ma nel frattempo, in altro modo, io personalizzo tutto quello che posso. E devo dire che Oliver ci sta provando a uscire dal nulla in cui è cresciuto. E che io e lui ci troviamo insieme in questo momento buio.

Mentre mi morde io divento qualcosa. Devo resistere al dolore delle sue pinzate decise, facendomi forte del suo vero dolore come daltronde sta provando a fare lui.

Il dolore va usato.Così da qualche parte andremo. Si tratta per ora di non mollare.

Sono convinto che Oliver capirà che non abbandonarlo ai suoi tentativi ci porterà lontano.

Dav

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Una risposta a Oliver non vuole morire

  1. Lina scrive:

    Non mollare, Oliver!

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