Milano, 1 maggio: “Darei la (tua) vita perche tu possa esprimere la mia idea”

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Milano, 1 maggio: “Darei la (tua) vita perche tu possa esprimere la mia idea”

Dopo il corteo del 1 maggio a milano i media hanno raccontato i più svariati episodi, quasi tutti finiti sotto il grande cappello delle “violenze”. A noi preme parlare di un “piccolo” squallido episodio che non è finito sotto questo cappello ma che di certo ne era ben più degno. A margine del corteo un giornalista insegue un ragazzo, lo ferma, lo circuisce e, approfittando della sua ingenuità, lo getta in pasto ai mangiacadaveri dei social network e alla gogna mediatica. Il giorno dopo, sotto il pretesto di un’offerta di riparazione, un secondo giornalista finisce di spolparlo senza pietà. Il ragazzo in questione è Mattia, i due rapaci sono Enrico Fedocci di TgCom24 e il terzetto Antonio Nasso – Alberto Marzocchi – Elena Peracchi di Repubblica, la storia è arcinota.

Atto Primo: il Banchetto.

Mattia rivendica a volto scoperto davanti alle telecamere la propria presenza nel blocco nero del corteo. A Fedocci viene già l’acquolina in bocca. Ma non solo: mattia racconta le proprie emozioni nei disordini senza i filtri né le astuzie di chi è uso frequentare gli ambienti politicizzati. Improvvisazione, adrenalina, coinvolgimento diretto, linguaggio schietto e poco filtrato: ecco costruito il mostro. Da adesso in poi sarà più facile irretire il blocco nero in una narrazione a base di ragazzini esaltati, pronti a spaccare tutto senza neanche sapere perchè. Eppure, questi stessi elementi tradiscono l’esistenza di un’altra faccia della medaglia, mediaticamente meno succulenta.

Improvvisazione. Virtualmente, chiunque passi di là per caso può sentirsi coinvolt* e lanciarsi nella mischia: il black bloc forse non è quell’organizzazione paramilitare che prepara le azioni nei propri covi…

Adrenalina. Le vetrine che saltano sono un’irruzione di realtà nello spettacolare quotidiano, l’emozione che provocano è vera, anche se questa realtà dura il tempo necessario ad essere ingurgitata e rivomitata dalle immagini pornografiche dei telegiornali della sera.

Coinvolgimento diretto. Dei corpi, con poco più che stessi, osano “dire la verità al potere”, senza mediazioni, senza infingimenti.

Linguaggio schietto e poco filtrato. È giusto bruciare le banche? Una domanda faziosa che però diventa quasi retorica quando incappa nello stupore di Mattia che dapprima esita, poi svela semplicemente il segreto di pulcinella: tutt* odiano le banche. Il cervello c’entra poco, ma non perchè sia difettoso. È che non ce n’è bisogno, la questione è talmente semplice che basta la pancia per parlare. E perchè no? Perchè il capro espiatorio non può parlare di emozioni, di tutto ciò che ha sentito in quegli attimi di vita? E in effetti il capro espiatorio non è un perfetto capro espiatorio, perchè le sue emozioni, benchè banalizzate e ridicolizzate dall’intervistatore, non sono mai del tutto rappresentabili. Non si possono ricondurre alle categorie rassicuranti dello spettacolo, categorie letteralmente xenofobe: i mostri vengono da fuori, magari dalla Grecia, i mostri vengono dall’alta borghesia viziata, così distante dagli onesti lavoratori contenti di farsi schiavizzare pur di non sembrare dei debosciati; i mostri sono apolitici, perchè altrimenti ragionerebbero in termini di un futuro sufficientemente lontano da fare sbadigliare, di una ragionevolezza paralizzante; i mostri sono professionisti del danneggiamento, a differenza di voi che subite una schiavitù quotidiana con irresponsabile improvvisazione; i mostri sono maschi ed eterosessuali, perchè se fossero femmine o gay vacillerebbero le nostre certezze sulle donne e sui gay. Mattia risponde a questo profilo già tracciato per alcune caratteristiche e per altre no, ma non è questo il punto. Il punto sono le emozioni, e le emozioni arrivano dirette, non di profilo. E chi ha detto che la piazza dev’essere fatta di profili? Di assennati leader, lungimiranti intellettuali, di gente che misura la legittimità di quello che sente sul livello di analisi che sa esprimere. Volete un po’ di analisi? Eccola, se ci tenete. Darvela, in fondo, ci libera un po’ del suo peso. Noi ci teniamo le emozioni di Mattia. Che sono un po’ le nostre.

Eravamo in corteo, e ci siamo emozionat*. Abbiamo visto migliaia di persone insieme, un corteo determinato, un’ondata di odori e colori, di corpi vicini nel riprendersi la città. Abbiamo visto le bandiere no tav e compagn* da tutta europa, abbiamo attraversato lo spezzone antispecista e ci siamo fatt* attraversare dallo spezzone frocio itinerante. Poi è arrivata la pioggia, e un corteo sotto la pioggia non è come sotto il sole. Abbiamo pensato che tutto ciò, insieme alle colonne di fumo che si levavano su milano, stesse rovinando la festa al nostro bravo premier. Come vittoria politica forse è piccola, ma come emozione è grande. E le vetrine delle banche che saltano non sono un’idea, sono un rumore, sono vetri rotti che volano. Sono il corpo del re che è nudo. Ci sono tanti modi di essere espropriati della città, e altrettanti per riprendersela. Ma in qualsiasi modo lo si faccia, riprendersi la città non è un’idea. È riprendersela col corpo, con i sensi. Sentirla ruvida fra le dita. Riprendersi la città o è emozione o non è. Non si vedranno pagine sui social network che incitano a sputarci addosso o a insegnarci l’italiano: noi ce l’abbiamo duro abbastanza per i vostri gusti… Ed è questo che vi diamo in pasto, un po’ di belle parole, il prezzo da pagare per poter dire le stesse semplici cose che ha detto Mattia senza essere oggetti dello stesso linciaggio che è toccato a lui.

Atto Secondo: la Legge del Padre.

Sottoposto alla gogna, a pressioni violentissime, lasciato solo da tutti, Mattia ritratta. A mangiare ciò che resta intorno alle sue ossa c’è già pronto un altro rapace, Nasso-Marzocchi-Peracchi. Un po’ sbirro, un po’ professore, un po’ assistente sociale (e sì, certo, anche un po’ giornalista), invoca subito l’autorità paterna con lo strumento patriarcale per eccellenza: lo schiaffo. Ricordiamoci che Mattia non ha fatto niente, o meglio, ha fatto tutto: ha espresso l’opinione sbagliata al momento sbagliato. E che cosa invocano questi solerti difensori della libertà di opinione quando sentono un’opinione a loro sgradita? Gli schiaffoni. Ricordiamo che sono gli stessi che gridano alle gravi violenze quando vedono una vetrina incrinata. Come si suol dire, “darei la (tua) vita perché tu possa esprimere la mia opinione”. Ancor più che nel primo, nel secondo atto la figura dominante è quella dell’umiliazione. Mattia viene messo contro ai genitori, trattato come un idiota e spinto a mettere in piazza i cazzi suoi (eh già,  qualche parolaccia la diciamo anche noi. Voi mai? Per redimerci domani potremmo lavarci i denti…). L’ultima gentile offerta consiste nel suggerirgli di mettersi in ginocchio sui ceci e ripulire la città per espiare la grave colpa di essersi emozionato. Mentre expo devasta e saccheggia le nostre vite c’è chi si indigna per qualche vetrina infranta e qualche auto in fiamme. Se questa indignazione vi sembra un po’ ipocrita, il banchetto dei social network sul corpo di Mattia vi sembrerà letteralmente osceno. C’è di buono per lui che verrà digerito in fretta e a breve nessuno se ne ricorderà.  La necrofagia da social ha la memoria corta e, se non da domani, al più tardi da dopodomani si ricomincerà ad indignarsi per le ovaie di Angelina Jolie.

Atto Terzo: il Colpo di Spugna.

E che dire di quelle migliaia di persone che ieri hanno sfilato per milano armati di cif e spugne? Loro sapevano perché fossero lì a pulire, da cosa fossero mossi e le implicazioni del loro atto? Quanto ci hanno riflettuto? Più di Mattia? Pare di no (molti dichiarano di non sapere nemmeno dell’esistenza di un movimentro contro expo), ma a chi importa. Erano emozionati? Boh, non ne hanno parlato. Eppure cosa facevano? Un atto estremamente violento. Ci portavano di nuovo via quella città che per un attimo era stata anche nostra, ma non con i sassi, con la violenza di un colpo di spugna. Lavavano via col cif le nostre lacrime e le nostre risa sudice, fino a non farne restare più nulla. Rivestivano il re, cancellavano noi. Ricostruivano la vetrina chiamata milano per riporci ancora tutti dentro, di nuovo esposti e patinati, di nuovo a farci guardare come vestiti senza corpo e senza sudore. E le nostre vite? E le nostre emozioni? Ma sì, che importa, è la nostra immagine che conta.

Resistenza Animale – resistenzanimale.noblogs.org

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2 risposte a Milano, 1 maggio: “Darei la (tua) vita perche tu possa esprimere la mia idea”

  1. garlic scrive:

    Questo testo ha sintetizzato, fatto convergere ed esposto le riflessioni e le emozioni maturate e provate in questi ultimi giorni. Grazie del contributo.

  2. Angela scrive:

    finalmente qualcuno che ha tradotto in parole quel senso di orrore che ho provato, di fronte al linciaggio mediatico e dei social, a cui è stato sottoposto Mattia!

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