La resistenza dei topi

Il consiglio dei topi- Gustave Dorè- incisione

Riportiamo da: SANIF – Sanificazione Ambientale

(http://www.sanif.it/curiosita_sui_roditori.aspx)

Per sterminare i topi si e’, ormai, tentato di tutto. Gia’ nel 1.500 a.C. il “Papiro di Ebers” consigliava i velenosi bulbi di una pianta: la Scilla marittima. E’ solo il primo di uno sterminato elenco di ratticidi (“farina di Assenzio”, “bocconi di rododendro” “succo di erba carlina” “cenere di quercia”, stricnina, cianuro, Warfarin, …) che, da solo, testimonia l’inefficacia dell’avvelenamento come metodo per sterminare i topi. Ma perché’ i veleni non funzionano contro i topi? Intanto, perché si fidano soltanto di cio’ che non e’ nuovo; quando viene posta un’esca avvelenata in un territorio occupato da una colonia di roditori, il capo di questa manda il topo pi§’ vecchio ad assaggiarla. Quasi sempre, devono passare almeno quarantotto ore senza che si manifesti alcun sintomo di avvelenamento per autorizzare qualche altro topo ad assaggiare l’esca.

Nel 1948, ci si illuse di aver trovato il sistema per aggirare questo sistema di difesa: la cumarina.
Scoperta da due veterinari americani – Carl Roderick e Sarnuel Schelfield, i primi sintomi di avvelenamento prodotti da questa sostanza comparivano tardivamente (fino a cinque giorni dopo l’ingestione) e il topo avvelenato, con una quantità di sangue sempre più esigua, si trascinava fuori della tana in cerca di aria; si separava, quindi, il topo morente dal resto del gruppo evitando così il propagarsi della diffidenza per le esche cosi’ avvelenate. Nel 1960, l’uomo sembrava aver vinto la sua millenaria battaglia contro il topo con la cumarina che, insieme ai suoi derivati (cumaeloro, cumafene, dicumarolo, Warfarin, Tomorin ecc.) copriva ormai il 98% del mercato mondiale dei derattizzanti. Qua e là, alcuni scienziati, preoccupati dall’uso massiccio di un solo derattizzante presagirono la minaccia che si potesse selezionare un ceppo di animali geneticamente resistente alla cumarina e consigliarono di non abbandonare la produzione dei vecchi derattizzanti ma furono voci che caddero nel vuoto fin quando, nella primavera di quell’anno, in una fattoria scozzese, fu identificata una colonia di topi resistente alla cumarina. Da allora la “rivincita” del topo contro questo veleno è stata spettacolare e oggi sono state localizzate colonie di roditori che sopravvivono fino a cento volte alla dose “mortale” di cumarina.

In alcuni casi, addirittura, l’avvelenamento sembrerebbe essere stato prodotto “intenzionalmente” dai roditori: sarebbe questo il caso dei prolifici criceti (Cricetus cricetus). In Siria, negli anni “20, si notò che questi animali, stranamente, avevano cominciato a mangiare in quantità progressivamente crescenti le foglie di Colchium autumnale, una pianta di scarso valore nutritivo e per di più velenosa. Il mistero di questa dieta fu spiegato quando ci si accorse che l’assuefazione a questo veleno ben presto raggiunta dai criceti li aveva trasformati in bocconi avvelenati per gufi o gatti, loro naturali predatori. Scomparsi questi, la colonia di criceti continuo’ indisturbata a moltiplicarsi.

Visto il fallimento delle esche avvelenate, l’uomo ha tentato un altro stratagemma: la polvere. Il topo, nonostante gli ambienti che frequenta, è un “maniaco dell’igiene” e passa buona parte della giornata a fare toeletta leccandosi e lisciandosi il pelo. Perché non cospargere, quindi, il suo cammino di polveri velenose, destinate a essere ingurgitate durante questa accurata pulizia quotidiana?
Niente da fare. Le polveri, (siano esse velenose o contenenti uno sterilizzante, lo stilbene) nonostante siano assolutamente inodori, vengono accuratamente ricoperte dai topi con terra raspata.

Si e’ tentato, quindi, un altro sistema per sterminare i topi: quello dei gas tossici, fra i quali soprattutto la fosfina. Questo gas, ovviamente, ha una certa efficacia solo in ambienti chiusi, e ha inoltre il difetto di contaminare pesantemente l’ambiente e le derrate alimentari eventualmente presenti. Anche la disinfestazione tramite gas tossici, tecnica costosa e complicata, si e’ rivelata a volte addirittura inutile. Nel 1926, a esempio, al largo di Copenaghen, si credette di aver disinfestato una nave saturandola di vapori cianidrici; alla fine del “risanamento”, constatare come la colonia di ratti fosse scampata alla morte, fece impallidire gli scienziati recatisi sul posto: alcuni ratti, infatti, prima di spirare, si erano intrufolati nelle condutture, impedendo cosi’ l’entrata del venefico gas nelle stive e salvando in questo modo l’intera colonia. La cosa più’ sbalorditiva fu che gli animali che “si erano sacrificati” erano i più vecchi del gruppo.

Anche la guerra biologica e’ stata impiegata per sterminare i topi. Un fortunato precedente faceva ben sperare in questo senso: negli anni ’20 un intraprendente agricoltore francese aveva deciso, per preservare i suoi raccolti minacciati dai conigli, di iniettare in una coppia di questi animali i virus della mixomatosi. I risultati furono clamorosi: la mixomatosi si diffuse in tutta l’Europa, distruggendo in alcune regioni fino al 95% dei conigli selvatici. E se la guerra batteriologica aveva funzionato con i conigli, perché non poteva funzionare con i topi?

Il primo germe sul quale si appuntarono le speranze dei ricercatori fu la Salmonella typhi murium, responsabile del paratifo. Ceppi particolarmente virulenti e resistenti di questo microorganismo vennero selezionati e furono disseminati nelle colonie dei topi. L’arma pareva inesorabile, perché il contagio tra i topi non poteva mancare. E sarebbe stato mortale. Gli scienziati, inoltre, assicurarono che nulla sarebbe accaduto agli altri animali, uomo compreso. I risultati, invece, furono disastrosi: nella popolazione dei topi, ben presto, si selezionò un ceppo praticamente immune al paratifo, mentre la Salmonella typhi murium si diffuse – da allora – su tutto il nostro pianeta. A seguito di quello sciagurato esperimento, attraverso alimenti contaminati dall’urina o dalle feci dei topi, il paratifo si è esteso sul nostro pianeta, dilagando anche tra gli equini, i suini, gli ovini, i conigli, i polli, i piccioni, i canarini, le anatre, le lucertole, le tartarughe… e naturalmente l’uomo.

Ancora peggio è andata con la disseminazione bacillo Yersinia pestis, responsabile della peste. Questa malattia specifica dei roditori – che se la trasmettono tramite i morsi delle pulci- è rimasta per millenni confinata tra le colonie di roditori dimoranti nei cunicoli delle valli dell’Himalaya fin quando, nel terzo secolo d.C., il commercio della seta, (prodotta da una farfalla – la Theophilla mandarina – dimorante anch’essa le valli dell’Himalaya) non determinò la trasmissione dell’infezione all’uomo e le spaventose epidemie culminate nella “Morte Nera” del 1347. Nonostante ciò, verso la fine del secolo scorso, ai proprietari delle grandi fattorie statunitensi sembrò una buona idea mettere in pratica la sciaguratissima teoria consigliata da un veterinario – tale Michael Norton – per liberare le loro terre dal Cynomys gunnisoni un voracissimo roditore. E fu così che carri guidati da immigrati cinesi vennero mandati in ogni dove a disseminare roditori appestati. Il risultato è che, ancora oggi, negli Stati Uniti – in particolare sulle Montagne Rocciose – almeno 65 specie di roditori risultano infettati dalla peste mentre l’infezione, che un anno fa ha ucciso non meno di quaranta persone, rischia di arrivare nelle metropoli.

Che fare, quindi, per liberarsi dai topi? Nel Medioevo si ricorreva alle scomuniche, come quella promulgata nel XV secolo dal vescovo di Atun, oggi ci provano anche gli esperti in elettronica, utilizzando ultrasuoni compresi tra i diciotto e ventimila kilohertz. Queste frequenze non sono avvertibili dall’orecchio umano ma risultano estremamente fastidiose per i topi, che si allontanano subitaneamente. Anche questo sistema, pero’, ha i suoi limiti: innanzi tutto il suo elevato costo, la cattiva propagazione degli ultrasuoni in ambienti ingombri di materiale fonoassorbente e, dulcis in fundo, il fatto che ben presto i topi si abituano a convivere con gli ultrasuoni.

Un altro fallimento. E allora, perchè non scatenare contro il topo i suoi predatori naturali, ad esempio le manguste? Il più grosso fallimento lo si ebbe nelle isole Hawaii nel 1890 quando una commissione di sedicenti esperti suggerì, per sterminare la nutrita colonia di ratti che infestava le isole, di importare alcune coppie di manguste. Incredibilmente, nessuno si rese conto che il tipo di mangusta importata era un predatore diurno, mentre il ratto da sterminare era in circolazione soprattutto di notte. Il risultato fu disastroso: i due animali non si incontrarono mai, ma provvidero comunque, ognuno per proprio conto, a distruggere buona parte del raccolto e a terrorizzare la popolazione.

Ancora peggio in Cina, quando, in piena Rivoluzione culturale, fu deciso che la lotta contro i topi doveva ritornare nelle “mani del popolo”. Furono sciolte le millenarie ed efficienti squadre di derattizzazione e si stabilì un piccolo compenso in denaro e un’onorificenza per chiunque avesse portato al Comitato cittadino del Partito la carogna di un topo. I risultati sembravano superare ogni aspettativa: centinaia di migliaia di topi continuavano ad affluire ogni giorno, per mesi e mesi, sotto gli sguardi dapprima soddisfatti poi perplessi e sbigottiti dei funzionari. La marea di topi uccisi sembrava inarrestabile, fino a che non ci si rese conto che i contadini allevavano amorevolmente le bestiole per poi rivenderle al Partito. La “campagna di derattizzazione” fu quindi sospesa, tra l’infuriare di “processi popolari” ed esecuzioni sommarie.

L’arcipelago di Eniwetok, a nord delle isole Marshall nell’oceano Pacifico, è composto da una quarantina di isolette. Agli americani, che amministravano l’arcipelago dopo averlo strappato ai giapponesi con la seconda guerra mondiale, il posto sembrò sufficientemente fuori mano per condurvi i loro esperimenti nucleari. Fu così che negli anni Cinquanta l’isola di Engebi, nella parte meridionale dell’arcipelago, venne scelta come poligono atomico. Furono fatti evacuare i pochi isolani, che lasciarono su quell’isola le loro misere capanne, molti ricordi e qualche topo. Contro Engebi, nel giro di quattro anni, vennero “sparate” quattordici bombe atomiche e una bomba termonucleare, che esplosero a diverse altezze dal suolo.

Quattro anni dopo la fine degli esperimenti, coperti da pesantissime tute antiradiazione, gli scienziati della Marina militare americana sbarcarono sull’isola: il suolo era come vetrificato; la lussureggiante vegetazione tropicale che un tempo ricopriva l’isola era stata spazzata via, e così anche gli animali. Tutti, tranne una sola specie: il ratto. Questi roditori c’erano ancora, e proliferavano, indisturbati, sani e robusti.

Le trappole che disponemmo sull’isola si riempirono ben presto di topi, e “non erano povere creature rese deformi dalle radiazioni, ma sanissimi e robustissimi ratti “ annoto’ sbalordito Williams B. Jackson, responsabile dei gruppo di ricerca della Marina militare americana.

Ma come avevano fatto i topi a sopravvivere a quindici bombe atomiche? E, soprattutto, cosa avevano mangiato in quei quattro anni d’inferno?

Furono fatte varie ipotesi: probabilmente i ratti dovevano essersi rifugiati in profondissimi cunicoli, rassegnandosi a mangiare le radici di quella che era stata una rigogliosa vegetazione tropicale e, successivamente, dovevano essersi industriati nella pesca, immergendosi a grosse profondità alla ricerca di pesci e crostacei.

Sono soltanto ipotesi che non tengono conto di innumerevoli fattori come, tra gli altri, le altissime temperature (dell’ordine di milioni di gradi) raggiunte durante un’esplosione nucleare, il maremoto che essa induce, l’occlusione dei cunicoli prodotta dalla terribile sovrappressione, la vulnerabilità delle cellule seminali ai raggi gamma…

Engebi rimane ancora oggi un mistero. Di certo i ricercatori che osservavano le orde di topi brulicare allegramente su quello scudo di roccia calcinato dal fuoco nucleare, ebbero la risposta a una domanda che già ci si faceva su tutto il pianeta: chi sopravviverà mai a una guerra nucleare?”

 

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