Jefferson

Michigan (Usa), dicembre 2003

Jeff

“I 50 miliardi di animali che ogni anno attraversano i nonluoghi dell’alimentazione umana sono privi di nome, sono nudi e, pertanto, già cadaveri prima di essere uccisi. Lo stesso vale per i laboratori della sperimentazione animale, uguali in tutte le parti del mondo e riempiti da animali con un codice (generico, genetico o transgenico) e quindi perfettamente uguali uno all’altro e infinitamente sostituibili. E così per tutte le gabbie di tutte le pratiche che trasformano esseri viventi in oggetto, merce e forza-lavoro. (…) Dare o, meglio, restituire un nome agli animali rappresenta allora un gesto eminentemente rivoluzionario, quel gesto che mette le cose a posto, che riunifica le parti smembrate, che mette in scacco le pratiche di riduzione dell’Altro, che ricusa la nostra visione gerarchica del mondo.” (Massimo Filippi, Not in my name, in Nell’albergo di Adamo, Mimesis 2010)

Un manzo – giovane bovino castrato perchè subito destinato alla produzione della carne – viene portato alla locale ‘asta del bestiame’. Venduto, sta per essere caricato sul camion e trasportato al macello. Ma lui strattona, si divincola con tutta la sua forza. Riesce a fuggire e corre per chilometri finchè non lo fermano con un dardo col sedativo. Chi ha assistito alla sua ribellione è colpito nel profondo, a loro il giovane animale ha comunicato tutta la sua paura, la sua frustrazione, la sua determinazione ad agire per la propria vita. Parte una consistente mobilitazione, si raccolgono fondi per ‘acquistare’ il manzo: si continua a pensare che una vita possa corrispondere  ad una somma di denaro. Nel frattempo il manzo viene riportato  nella fattoria.

“Ha messo la faccia sul cibo. Guardare un hamburger di carne avvolto in un pacchetto di cellophane  non è lo stesso che guardare quel volto. Ha toccato molte persone. Ha ottenuto di farle pensare. E’ diventato un ambasciatore per la sua specie.” Questo uno dei commenti.

Poi il trasferimento al santuario Sasha Farm, presso Manchester.

Un pompiere che aveva partecipato alla cattura, pochi giorni  dopo chiama il santuario  per sapere cosa stesse facendo il celebre bovino: “Abbiamo avuto cheeseburger oggi presso la caserma dei pompieri – dice –  e non ho potuto mangiare. Non riuscivo a smettere di pensare a quella vacca. E mi piace il cheeseburger!”

Quel manzo ribelle ora si chiama Jefferson.

Qui il video

(fonte: sashafarm.org)

 

Questa voce è stata pubblicata in 1 - storie di rivolta, 2 - allevamenti e macelli, 7 - evasioni. Contrassegna il permalink.

1 risposta a Jefferson

  1. cintia scrive:

    Straordin

I commenti sono chiusi.