I prigionieri non smettono di cercare di ribellarsi. Qualcuno ci riesce, anche se per poco, data l’immane sproporzione di forze che immediatamente si riafferma. Questa mucca ‘particolarmente esuberante’, come la definisce l’allevatore, è evasa appena l’hanno scaricata dal furgone per portarla a vendere come fattrice. Nell’articolo che ne parla si coglie un’eco di solidarietà e d’amarezza per il suo futuro di ‘vitelli sottratti’. Eccola durante la sua corsa, con addosso i segni lasciati da chi si è impossessato del suo corpo per poterlo sfruttare, da chi la considera una cosa da vendere e comprare.
Due mucche sono evase dal rimorchio che le stava portando al macello. Come si vede nel video, hanno reso assai difficile ricatturarle. Una delle due poi, ‘era proprio arrabbiata’, si stupisce un poliziotto.
In questo video si vedono mucche che aprono chiavistelli per uscire dalle stalle, si vede come utilizzano il muso e le corna per azionare fontane che consentono loro di bere, anche fontane con piccoli rubinetti ovviamente pensati per mani umane, si vede come alzano perni di ferro dall’apposito fermo per riuscire a sfilare il muso dalla mangiatoia ed inserirsi in quelle dove c’è più cibo.
E’ vero che la prima reazione è quella di pensare alla loro intelligenza, alla loro capacità di utilizzare strumenti e di comprenderne il funzionamento, e anche quella di notare quanto le mucche possano “assomigliare a noi animali superiori”, a quanto, solo per questa poco significativa ragione, andrebbero rispettate. Ma in questo video c’è qualcos’altro che colpisce e stupisce. In alcuni passaggi siamo in un allevamento. Stiamo guardando animali dentro un allevamento. Siamo abituati a vederli e considerarli all’interno di un determinato percorso costruito su movimenti prestabiliti. Le mucche mangiano in una determinata posizione, mangiano solo la quantità che viene loro concessa, bevono allo stesso modo, si muovono lungo corridoi che le portano dove è stato deciso che devono andare. Per estensione siamo abituati a considerare gli animali, i movimenti e le azioni degli animali, all’interno di un particolare percorso. Queste mucche, invece, compiono degli atti di straniamento, di disobbedienza, di insubordinazione rispetto ai canoni prestabiliti. Lo stupore e l’emozione, allora, non riguarda soltanto la constatazione (che comunque resta) rispetto alla loro personale intelligenza (sanno aprire un chiavistello, sanno azionare le fontane), riguarda invece il loro modificare un comportamento prestabilito e condizionato. E’ la disobbedienza e non (solo) l’intelligenza che mostra la loro resistenza. E’ la disobbedienza e non (solo) l’intelligenza che mostra il loro essere soggetti e non mere vittime passive. Non si tratta di una fuga dettata da una reazione alla disperazione (il dolore o il terrore che spingono a sfondare un recinto), né una fuga che avviene grazie ad una fortuita casualità (una porta lasciata aperta, o un camion che si ribalta). Sono azioni mosse da un altro genere di stimolo. In questo particolare caso, poi, sono azioni più elaborate e complesse con le quali le mucche usano parti dei loro corpi per manovrare strumenti lontanissimi dalla loro portata, dalla loro vita, dalla loro natura. Quelle mucche operano una sorta di ribaltamento: utilizzano a loro vantaggio degli strumenti pensati e costruiti per la loro stessa oppressione. Tutti piccoli gesti che nel loro insieme fanno pensare, in qualche modo (e qui ci spingiamo provocatoriamente un po’ oltre) ai primi abbozzi di un piano di fuga.
Ma resta il punto che l’emozione è dettata dal fatto che riusciamo finalmente a notare questi piccoli e strategici movimenti della testa, questi millimetrici spostamenti delle corna, questo difficile adattarsi dei loro corpi forti e possenti in un universo così estraneo e così opprimente; l’emozione è anche dettata dal fatto che riusciamo a renderci conto di quanto questi episodi non sono affatto delle curiose e originali eccezioni spettacolari, e di quanto, però, restino terribilmente invisibili. Del resto, i giornali e gli altri media ogni tanto riportano notizie di evasioni, fughe, ribellioni, ma lo fanno ridicolizzando la portata dei fatti, rendendo il tutto uno spettacolo, una sorta di piacevole intrattenimento. Impossibile, allora, che si spingano a descrivere questi particolari, questi linguaggi insubordinati. E anche quando se ne sente parlare, è solo sotto forma di aneddoto, l’atteggiamento di un animale che diventa buffo, che permette ad un “padrone” di vantarsi del “suo” animale. In effetti, anche in questo video, si sente in sottofondo, mentre una mucca aziona la fontana, qualcuno che ride.
In fondo, lo stupore e l’emozione riguardano noi e il nostro modo di guardare, riguardano il nostro scoprire con sempre maggiore evidenza la disobbedienza degli animali, il fatto di riuscire ad inquadrare, sempre di più e sempre meglio, quei particolari che ci mostrano gli animali mentre deviano e deragliano “dalla retta via del dominio”, una “retta via” alla quale il nostro immaginario domato e condizionato li ha relegati da millenni.
Limpopo Province (Sud Africa), gennaio 2013
Una devastante alluvione colpisce la regione e permette l’evasione di 15.000 coccodrilli da un allevamento. Le ricerche devono essere condotte ad ampio raggio: uno dei coccodrilli viene catturato a 120 km di distanza.
Una frana ha fatto cedere le pareti della loro prigione e 100 coccodrilli sono corsi a cercare un luogo dove nascondersi prendendo immediatamente possesso del territorio e dei canali.
“Voltatasi, ebbe di fronte il gufo. Immobile, le larghe spalle e la grossa testa dalle pupille arancioni, la guardava, il becco dischiuso come quello di un pappagallo parlante. Avrebbe voluto telefonare al figlio o al marito, ma non ne aveva la forza. Il gufo continuava a puntarla e a volgere la testa attorno come scrutasse ogni angolo della casa. Cosa poteva volere?” (Vincenzo Pardini, Il viaggio dell’orsa)
Una pecora è riuscita ad evadere dall’allevamento e si è diretta in paese. Decisamente “fuori posto” e “fuori programma” il suo vagare che non è certo passato inosservato.
Se gli animali ci restituissero ciò che noi facciamo loro?
In questo brevissimo cortometraggio, intitolato “Buon consiglio”, la ferocia satirica del fumettista si scaglia contro un sistema perverso e luciferino, che considera gli animali come oggetti d’uso (e consumo) quotidiani.
Pavel Koutský è oggi considerato – insieme con Jan Švankmajer e Jiří Barta – uno dei più importanti maestri del cinema d’animazione contemporaneo.
Da sempre artefice di opere di grande vivacità intellettuale e umorismo amaro, dove l’individuo è soggiogato dalle forze di un sistema – che si tratti dei media, della tecnologia moderna o dell’indottrinamento ideologico – che manipola e impone l’omologazione.