“Voltatasi, ebbe di fronte il gufo. Immobile, le larghe spalle e la grossa testa dalle pupille arancioni, la guardava, il becco dischiuso come quello di un pappagallo parlante. Avrebbe voluto telefonare al figlio o al marito, ma non ne aveva la forza. Il gufo continuava a puntarla e a volgere la testa attorno come scrutasse ogni angolo della casa. Cosa poteva volere?” (Vincenzo Pardini, Il viaggio dell’orsa)
Una pecora è riuscita ad evadere dall’allevamento e si è diretta in paese. Decisamente “fuori posto” e “fuori programma” il suo vagare che non è certo passato inosservato.
Se gli animali ci restituissero ciò che noi facciamo loro?
In questo brevissimo cortometraggio, intitolato “Buon consiglio”, la ferocia satirica del fumettista si scaglia contro un sistema perverso e luciferino, che considera gli animali come oggetti d’uso (e consumo) quotidiani.
Pavel Koutský è oggi considerato – insieme con Jan Švankmajer e Jiří Barta – uno dei più importanti maestri del cinema d’animazione contemporaneo.
Da sempre artefice di opere di grande vivacità intellettuale e umorismo amaro, dove l’individuo è soggiogato dalle forze di un sistema – che si tratti dei media, della tecnologia moderna o dell’indottrinamento ideologico – che manipola e impone l’omologazione.
Il Popolo migratore – film di Jacques Perrin – 2001
Il mondo visto dall’alto, senza frontiere, unica e meravigliosa alternanza di ghiacci e deserti, un set infinito che capta i paesaggi di John Ford e la Grande Muraglia, conquista i cieli di Manhattan nel raggelante flash sulle Twin Towers e sfiora la Tour Eiffel, tutto attraverso lo sguardo del Popolo migratore, gli uccelli, seguiti nel loro vagabondare dalla macchina da presa volante di Jacques Perrin. Capolavoro unico, impresa grandiosa dell’attore-produttore francese, che già con Microcosmos, le peuple de l’herbe (1976) aveva restituito il silenzio alle creature aliene del pianeta, Il popolo migratore, è un film «muto», o quasi, avventura alata dove la sapienza scientifica, il cinema e la poesia si fondono in un tutt’uno lisergico. Gli operatori sul deltaplano fanno da battistrada alle anatre imprintate (ma ci sono anche esemplari selvaggi), che seguono i loro «simili», gli amici, i parenti, gli uomini. Il cast infatti può dirsi dis/umano, fuori da ogni intento didattico e lontano migliaia di chilometri (la sterna codalunga batte ogni record nella sua migrazione: 36.000 km) dai documentari tv drammatizzati ad arte. Il popolo migratore è una sinfonia di immagini e di suoni, transiti onirici, rivelazione di un pianeta che nessun satellite ci restituirà mai così avvolgente. Musica originale di Bruno Coulais, Orchestra Bulgara, e voci di Nick Cave e Robert Wyatt, il più sensibile interprete dei pennuti in viaggio (il suo disco Shleep lo mostra in copertina mentre dorme su una colomba in volo). Fuori campo, poche parole accompagnano le grandi migrazione di gru e aquile, pellicani e tortore, fenicotteri e albatros. Nella versione italiana (distribuisce Lucky Red) pochi tocchi in più (dialoghi aggiunti di Danilo Selvaggi) enfatizzano tensione e colore. «La promessa del ritorno è stata mantenuta…» dice alla fine Jacques Perrin, che ha seguito le formazioni geometriche tra nuvole e pioggia seguendo il sole e le stelle, riferimenti astronomici degli uccelli, navigatori infaticabili sulle rotte verso l’emisfero nord a primavera, dove si riproducono. Mentre l’autunno li fa volare in direzione sud, oltre ogni limite. Scolpiti nel cielo, gli uccelli diventano icone della Terra, testimoni della sua solitudine, mentre gli uomini concentrati negli insediamenti urbani sembrano i veri estranei, dissociati da questi angeli, presi di mira dai fucili dei cacciatori.
Fonte il Manifesto 16/11/2002
Tennessee, settembre 1916
Durante la parata del circo per le vie cittadine, l’elefantessa indiana soprannominata Big Mary veniva pungolata perché non si fermasse. Lei, prigioniera solitaria, reagì afferrando e calpestando chi le faceva del male. I proprietari di quel circo, a fronte della pubblicità negativa di questo episodio, decisero un castigo esemplare ed una esemplare dimostrazione di potere: impiccarono la ribelle ad una gru. 2500 persone erano lì ad assistere alla spietata esecuzione.
“Si tratta di un cerimoniale per ricostituire la sovranità per un istante ferita. (…) L’esecuzione pubblica (…) si inserisce in tutti i rituali del potere (…) sottomissione dei sudditi ribelli; al di sopra del crimine che ha disprezzato il sovrano, ostenta agli occhi di tutti una forza invincibile. Il suo scopo è (…) la dissimmetria (…), un’affermazione enfatica del potere e della sua superiorità intrinseca (…). Superiorità della forza fisica (…) che si abbatte sul corpo dell’avversario e lo domina (…) per mostrarlo marchiato, vinto, spezzato.” (M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi 2014, p. 53)
I fatti sono raccapriccianti e sono noti a chi conosce questa storia: la catena si spezzò e l’elefantessa ferita venne nuovamente impiccata.
“Attimi di panico nel primo pomeriggio in una stalla di Piscina, nel pinerolese, quando un toro, destinato ad essere macellato, si è ribellato ed è riuscito a fuggire al controllo dei fattori.” ((cronacatorino.it)
Hanno abbattuto la recinzione. E non è difficile crederlo, se si pensa alla potenza di una mandria in fuga. Sono evase in 36, tutte insieme! E lì a cercare una ragione, come sempre ipotizzando si sia trattato di qualche rumore o presenza che spaventi… Che gli animali siano capaci di spaventarsi, questo sì, lo riconoscono sempre tutti. Ma che miscela esplosiva si combina se si sommano spavento e stress? Può essere la goccia che fa traboccare il vaso… Quattro di loro erano imprendibili…