Evasa

Oderzo (TV), ottobre 2015

(fonte: Tribuna di Treviso)

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Evasione delle asine prigioniere

Polcenigo (PN), settembre 2015

Evadono in 19 e rimangono sempre insieme, anche nella ricattura che le ha riportate nel loro ‘ampio recinto delimitato da fili a basso voltaggio’. 

QUI l’articolo

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“Sarchiapone e Ludovico” rime di Totò per un cavallo.

Anche la  scelta di Sarchiapone, quella di suicidarsi, è una forma di resistenza.

https://youtu.be/7th8pXaEnY4

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Solo un quarto d’ora d’aria per i 4 cammelli evasi dal circo

Maglie (LE), ottobre 2015

QUI il video

In fuga dal circo per vedere il mondo, brucare nei fossi, guardare il cielo, correre nelle strade…

Poi… di nuovo tra le sbarre.

(Fonte: www.quotidianodipuglia.it)

 

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Solidarietà a Luana

Sosteniamo la determinazione, il coraggio e la lucidità politica di Luana, imputata nel processo Green Hill,  e diffondiamo questo suo scritto:
“RICHIESTE DI PENA DEL PM NEL PROCESSO GREEN HILL
Il 21 settembre si è svolta l’udienza che vede 13 persone imputate di vari reati per la liberazione dei cani del 28 aprile 2012 a Green Hill. In tale occasione il PM ha fatto le richieste di pena.
Per riassumere la situazione il gruppo dei 13 imputati lo si può suddividere approssimativamente in 2 categorie. La prima: riguarda le persone che sono fisicamente entrate scavalcando la rete e si sono introdotte nei capannoni portando fuori alcuni cani e consegnandoli  a chi era fuori. Queste persone sono accusate di furto aggravato. Questa categoria è quella per cui il PM ha avanzato richieste di pena più lievi che si aggirano dagli 8 mesi all’anno con l’applicazione dei benefici di legge.
La seconda: riguarda le persone che non sono entrate ma che hanno ricevuto i cani e hanno lasciato quel luogo per portarli via al sicuro. Queste persone sono state fermate a km di distanza dell’allevamento. I reati che vengono loro contestati sono rapina impropria, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. La resistenza sembra legata al fatto che hanno resistito alla richiesta di consegnare il cane o verbalmente o
tentando vie di fuga. Le lesioni assomigliano più a una costruzione ad hoc fatta dalle forze dell’ordine con verbalizzazioni copia e incolla e con referti dell’ospedale. Le pene richieste dal PM in questo caso variano da 1 anno e alcuni mesi fino a 2 anni e 3 mesi a seconda che sia confermata o meno la resistenza e le lesioni.
A tutti sembra poi imputato un danneggiamento che la parte civile quantifica in 200 mila euro. Danneggiamento di cui non hanno comunque alcun elemento di prova.
Io mi posiziono nel primo gruppo, quello delle richieste di pena più lievi. Il PM richiede per me una pena massima rispetto al reato di furto che quantifica in 4 anni. Le motivazioni che porta sono legate alla
dichiarazione che ho fatto in aula nell’udienza precedente. Ravvisa in particolare 2 punti che ne giustificherebbero la massima pena.
Primo punto: il fatto che io dichiaro che non riconosco il tribunale e le leggi. Il secondo punto: si evince dalla dichiarazione che lo rifarei.
Quindi lo stesso reato quantificato per gli altri con una richiesta di 8 mesi – 1 anno diventa nel mio caso di 4 anni per l’espressione del mio pensiero in aula.
Ravvisando come tale manovra anche se non esplicitata sembri configurarsi come un reato di opinione il mio legale ne sottolinea la scorrettezza chiedendo che se il tribunale ravvisi nella mia dichiarazione elementi di ulteriore reato dovrebbe aprire un nuovo processo a questi legato e non utilizzare i fatti del 28 aprile per punire il mio pensiero.
A breve pubblicherò un approfondimento e ulteriori analisi della situazione.
Il processo è aggiornato al 9 novembre presso il tribunale di Brescia alle ore 13.
In questa data sarà emessa la sentenza. ”

Luana Martucci

Dichiarazione individuale al processo “Green Hill” del 16 giugno di Luana 
“Lo sfruttamento animale, dell’uomo e della terra è ciò su cui si basa il sistema tecno-industriale della nostra società. Un sistema economico che tende alla massificazione dei profitti trasformando ogni essere vivente in oggetto, merce. Così viene istituzionalizzato il massacro di milioni di vite animali ogni anno.
E proprio dietro allo sfruttamento animale troviamo multinazionali miliardarie che creano morte e devastazione. La Marshall, azienda multinazionale specializzata nell’allevamento e vendita di animali per i laboratori di vivisezione porta avanti la logica secondo la quale gli animali sono oggetti da riprodurre in serie e vendere per ricavarne profitto.
Il 28 aprile 2012 alcune individualità in modo indipendente hanno deciso di oltrepassare il filo spinato di quel lager per portare soccorso agli animali imprigionati. La legge parla di violazione di proprietà privata, danneggiamento e furto, io parlo di un azione finalizzata alla liberazione di più individui possibile. Un’azione, per me, con scopi precisi e non certo dettata dall’emotività della situazione.
Un’azione che leggo solo nei termini della solidarietà ed analizzo secondo criteri di efficacia.
Oggi in questo tribunale il criterio usato è quello della legalità. Una legalità di fatto funzionale agli interessi dei potenti, degli sfruttatori e degli aguzzini. Oggi vengono processati coloro che hanno agito coerentemente con una diversa visione del mondo in cui dominio, sopraffazione,violenza e differenza tra forme di vita non vogliono più essere categorie che regolano i rapporti di convivenza su questo pianeta. Chi è intervenuto ha semplicemente diminuito l’enorme il livello di violenza perpetrato in questo caso da Green Hill e dalla società in generale.
Lo stesso tribunale è figlio di un sistema di sfruttamento e dominio e non può che leggere l’azione nei termini di reati e violenze verso l’ordine sociale costituito. Ma la violenza, la più terribile e oppressiva sta proprio all’interno delle leggi, delle consuetudini, dell’economia, della ricerca tecnologia, di un modello di sviluppo che sta velocemente devastando la vita di tutti. Altro non ho fatto che oppormi a tale violenza, sottrarre chi ho potuto alla sofferenza e alla morte che queste multinazionali senza scrupoli mascherano in sviluppo e maggior benessere per l’umanità. Promesse che affascinano solo chi crede che la realtà sia quella che ci mettono di fronte come naturale, necessaria, unica, inevitabile.
Ma nessuna legge potrà convincermi che distruggere una foresta, uccidere milioni di animali, sfruttare popoli sia giusto. Non sarò mai complice di queste visioni ma in conflitto permanente attaccando gli interessi che giustificano queste aberrazioni.
La sentenza che questo stesso tribunale ha inflitto a Green Hill e alla quale gran parte di chi lotta per la liberazione animale ha applaudito altro non è che un’emanazione dello stesso sistema di sfruttamento che ne garantisce la sua legittimità in osservanza delle norme vigenti.
Green hill non è stato chiuso perché non è giusto imprigionare,torturare, sfruttare e uccidere ma semplicemente perchè le uccisioni erano ingiustificate e perché non sono state rispettate le norme che consentono l’utilizzo degli animali.
Chi pensa che attraverso questa sentenza sia cambiato qualcosa si sbaglia. L’azione di conflitto verso l’intero sistema culturale, politico, tecno-scientifico va portata avanti da chi questo sistema lo vuole combattere in toto.
Non riconosco il tribunale e le leggi in quanto prodotti dello stesso sistema che opprime, domina e reprime.
Non provo alcun ripensamento per la mia azione né alcun timore per le conseguenze e in questo non collaborerò in nessun modo, non mi sottoporrò ad interrogatorio, né accetterò alcuna forma di patteggiamento o messa alla prova che altro non sono che l’ennesimo dispositivo di controllo per riaffermare la legittimità di questo sistema. Resto ostile a chiunque si renda complice di tanta sofferenza. Né ricorrerò ad alcuna attenuante che tenda a definire i miei atti come giustificati dai maltrattamenti perpetrati in quel Lager. La mia azione scaturisce da una convinzione: ogni individuo deve essere libero, ed è quindi parte di una precisa strategia di liberazione. L’azione di liberazione per me è motivata dal fatto che quegli animali erano imprigionati e condannati a sofferenza e morte. Così sarebbe stato per gli allevamenti di visoni, gli allevamenti intensivi, nei macelli, negli istituti di vivisezione e in tutti quei casi in cui un individuo sia costretto nella sua libertà o sacrificato a interessi di un sistema violento e di dominio.
Penso che sia urgente l’azione diretta di ognuno che senza deleghe possa contribuire a inceppare gli ingranaggi di ciò che sta distruggendo la vita.
Non credo nella delega e mi assumo la piena responsabilità delle mie azioni.
La mia convinzione è che non ci si può riferire solo all’individuo sperando in un cambiamento culturale-etico sia per limiti di tempo nel veloce progresso tecnologico che sta distruggendo le basi della vita di tutto il pianeta, ma anche per capacità di comunicazione limitata rispetto a quelle potenti e pervasive del sistema che costruisce stili di vita e verità sociali in grado di legittimarlo. Per questo ritengo essenziale l’azione di individui sensibili e determinati contro un sistema che fa apparire sfruttamento e distruzione come naturali e necessari. Azioni in grado di contrastare gli interessi di profitto su cui essi si muovono.
Rilancio l’azione diretta come metodo di contrasto e di liberazione del vivente in ogni sua forma.”

Luana Martucci

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Bruno, tradito ancora.

L’articolo del giornale è, a suo modo, interessante. Offre – “pacatamente” (almeno in superficie) – la chiave di lettura di chi, allevato a sua volta come unità produttiva, rimane incredulo innanzi alla compassione.

Certezze che scricchiolano. Assurdamente, i toni di chi lotta per Bruno appaiono “eccessivi”, mentre quelli degli allevatori “pacati”. Viene riportato il discorso della veterinaria (persona che, in virtù del lavoro che svolge, si pensa – piace, ed in questo caso è utile, pensarlo – debba avere a cuore la sorte degli animali non umani): “se si risparmiassero tutti gli animali, gli allevatori non sarebbero tutelati. Anzi, sarebbero costretti a chiudere bottega. Dietro quel toro, in fondo, c’è un’attività imprenditoriale e una filiera alimentare”. La veterinaria ha un ruolo importante in questa pièce (peccato si tratti di tragica, palpabile se solo si avesse il coraggio di smuovere il corpo dal torpore, realtà), rappresenta l’istituzione che gode del diritto – in nome di molti? – di “sbottare”.

Nel mentre c’è Bruno (“gli hanno affibbiato pure un nome” scrive la giornalista) che, con la sua fuga, il suo punto di vista l’ha già espresso chiaramente. Riacciuffandolo e riportandolo nella (sicura?) stalla – “L’animale non è pericoloso, sta bene, ora è nella stalla. Ha patito queste giornate” spiegano con toni pacati dalla cooperativa – lo stato delle cose è  ripristinato.

Ma Bruno ci chiede ancora di interrogarci – a dargli man forte “gli animalisti”, i folli – e in ballo si sa, non c’è solo la sua sorte (come se da sola non bastasse), ma l’intero sistema.

Bruno ha infranto,  con il suo balzo e fuggendo via, quella barriera che si vuole immediatamente ripristinare.

Bruno è indubbiamente pericoloso. I suoi desideri e la sua volontà sono pericolosi.

Qui l’articolo

 

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Forza della resistenza

Gemona (UD), novembre 2011

Questa è un’altra storia di drammatica resistenza. Protagonista una mucca che difese fino alla morte la propria libertà. A cercare queste storie, se ne trovano in continuazione. E in tutte, fra le righe di chi le ha raccontate, rimane rappresa una forza che continua ad agire sferrando pugni allo stomaco. Che continua a denunciare l’ingiustizia del dominio del più forte.

La storia (messaggeroveneto.it)

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IO STO CON LA PECORA NERA. La malattia mentale non esiste, ma se esistesse io vorrei averla

jack nicholson in qualcuno volò sul nido del cuculo

Pubblichiamo uno scritto di Giuseppe Bucalo
“Ho partecipato qualche giorno fa a Bologna all’11° incontro di liberazione animale. Un’esperienza intensa ed emozionale di quelle che ti rappacificano con la specie umana.
Tante sono state le correlazioni e le scoperte reciproche che hanno sorpreso tanto me, quanto gli organizzatori dell’incontro, mostrandoci l’affinità e la contiguità fra le nostre lotte di liberazione.
Fra le tante somiglianze che ho trovato, mi ha colpito particolarmente sentire parlare,  nell’ambito della lotta contro la sperimentazione sugli animali, di un’antivivisezione “scientifica” e di una “etica”. Da quanto ho avuto modo di comprendere, la prima contesta essenzialmente con dati oggettivi e sperimentali l’efficacia e l’utilità della sperimentazione sugli animali come metodo di ricerca scientifica; la seconda rifiuta tout court ogni sperimentazione su/tortura/uso degli animali a scopi di studio indipendentemente dal fondamento scientifico o dell’utilità di tale pratica.
Qualcosa di molto simile succede nel campo della critica antipsichiatrica. Molte delle argomentazioni critiche portate avanti dal movimento antipsichiatrico al concetto di malattia mentale, di fatti, si muovono su un asse “scientista”. Si afferma in sostanza che “la malattia mentale non esiste” sulla base dell’evidenza che non esistono, ad oggi, prove di alcuna alterazione o base organica che determini i comportamenti, i modi essere e di pensare che la psichiatra diagnostica come “sintomi” di tale malattia. Ciò è certamente vero e, seppure a periodi riemerge una qualche teoria o “scoperta” del gene o delle cause biochimiche di quella o quell’altra “malattia mentale”, ad oggi gli studiosi più seri continuano a trattare la psichiatria come la cenerentola della moderna medicina scientifica.
Altri dicono chiaramente che, ove la psichiatria individuasse una o più cause organiche alla base di alcuni comportamenti indesiderabili e/o intollerabili, queste “malattie” finirebbero per uscire dall’ambito di sua competenza per passare a quella branca medica specialistica che è conosciuta come neurologia. Non sfuggirà che se l’ambito di azione della neurologia sono le “malattie del cervello”, gioco forza la psichiatria non si occupa di “malattie” che, nel senso classico, interessano quell’organo )o qualsiasi altro organo del corpo umano).
Ad essere “malato” in psichiatria non è il cervello ma la “mente”. Thomas Szasz molto argutamente sosteneva che parlare di “malattie mentali” come se indicassero dei fenomeni oggettivi o dei fatti concreti è come provare a tagliare il pane con delle “frasi taglienti”. Potremmo dire, come ho letto in un saggio sulla lobotomia in cui alcuni psichiatri definivano questa invasiva e distruttiva sperimentazione su esseri umani non consenzienti come un intervento chirurgico su tessuti cerebrali “apparentemente sani”, che la medicina psichiatrica agisca laddove non ci sia alcuna evidenza clinica di “malattia”.
L’evidenza che sembra interessare la psichiatria è essenzialmente quella del disturbo e del disordine personale, familiare e sociale che i suoi utenti rappresentano coi loro comportamenti e visione del mondo nell’ambito delle comunità sociali. Per questo la psichiatria e le sue pratiche assomigliano sempre più spesso alle pratiche carcerario-giudiziarie piuttosto che a quelle mediche. Per questo tutte le sue “pratiche” sono usate come strumenti di tortura nei paesi retti da regimi dittatoriali.
Negli anni, come tutti coloro che assumono e praticano l’idea che non ci sia alcuna malattia mentale, mi sono interrogato più volte sull’evenienza che la ricerca psichiatrica arrivi a descrivere i meccanismi cerebrali e biochimici che sottendono alle cosiddette “malattie mentali”. A differenza di altri io credo già, in maniera determinata, che ci siano certamente dei processi biochimici che permettono alle persone di vedere cose che altri non vedono e sentire cose che altri non sentono.
La questione dal mio punto di vista (che gli amici del movimento antispecista chiamerebbero “etico”) non è tanto confutare l’azione della psichiatria partendo dall’assunto, pur vero, della sua inconsistenza scientifica e dell’assenza del suo “oggetto”, ma quello di negare tout court qualsiasi azione coercitiva/curativa/repressiva che tolga senso e cerchi di controllare i pensieri, le emozioni e le scelte delle persone o che le releghi nel mondo del “patologico” piuttosto che in quello delle opportunità umane.
In altre parole si tratta di scegliere se vogliamo/possiamo fare a meno della nostra capacità di vedere attraverso, di sognare ad occhi aperti, di aprire le porte della percezione, di creare e continuare a stare laddove c’é il pericolo sapendo, con i poeti, che solo li nasce ciò che salva.
Certamente la follia è un’esperienza che coinvolge e sconvolge i fondamenti della nostra identità e della realtà così come la conosciamo, ma per ciò stesso può essere una delle strade maestre attraverso cui passa il cambiamento nostro e quello delle comunità umane in cui viviamo. Sicuramente è un modo di vedere e conoscere il mondo che può dare profondità e uno sguardo alternativo e da cui storicamente sono nati capolavori artistici e intuizioni che hanno cambiato il nostro modo di vedere il mondo.
Qualsiasi cosa sia ciò che ci rende extra-ordinari, per quanto ciò ci inquieta e può farci soffrire, per quanto ci possa rendere oggetto di persecuzioni, sperimentazioni e finanche costarci la vita e l’esistenza, è fatto della stessa sostanza di cui è fatto il nostro essere umani. Non sarà e non potrà mai essere ridotto al modo in cui funziona il nostro cervello.
Da questo punto di vista non importa se la mia tristezza o la mia euforia sia determinata da (o essa stessa determini) mutamenti nel mio funzionamento biochimico: la questione è decidere se sia lecito che queste esperienze, emozioni, modi di essere debbano e possano essere curate, represse ed eliminate sulla base del disturbo che arrecano, delle domande che pongono o della loro (reale o presunta) improduttività.
Senza scomodare Antonin Artaud e parafrasando Gianna Schiavetti che ha pubblicato un volume illuminante che testimonia le ragioni (e le passioni) di quella che possiamo definire “antipsichiatria etica”: la malattia mentale non esiste, ma se esistesse io vorrei averla.”
Giuseppe Bucalo
25 settembre 2015
(Gianna Schiavetti, La schizofrenia non esiste, ma se esistesse io vorrei averla, Stampa Alternativa ed.)
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Bruno, toro evaso dal mattatoio: la nostra solidarietà può salvarlo

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Bruno è fuggito dal macello di Botalla, nel biellese, pochi giorni fa.

La solidarietà umana ha fatto sì che venisse cercato sia da chi vuole restituirlo ai “proprietari” o giustiziarlo (le forze dell’ordine), sia da chi cerca di aiutarlo a salvarsi.

Qui la notizia su un giornale locale.

Ora Bruno è stato trovato, ma è stato per ora evitato l’abbattimento.

Qui un aggiornamento.

E’ ora importante che si trovi un luogo in cui Bruno possa vivere senza essere sfruttato nè ucciso.

Chiediamo quindi a tutt* di diffondere la sua storia e di seguire gli aggiornamenti.

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Non c’è nulla di divertente…

Azioni come questa, concesso loro un primo momento di stupore, vengono fatte rientrare nella categoria dei giochi spassosi e finiscono nei canali dei video divertenti. Non si lascia ad esse lo spazio della credibilità e della comunicazione. Lo spazio che sta oltre il cancello. Non riusciamo proprio a prendere gli animali altri sul serio…

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